Il Coltrane che prediligo

Come ho fatto presente tante altre volte, ho abbastanza in uggia un certo approccio mitologico su certe figure, indiscutibilmente geniali, che il jazz ha saputo produrre e sulle quali si insiste eccessivamente con un atteggiamento da fan tipico dell’ambito degli appassionati del Rock. La ragione è che, approfondendo la materia, ci si rende conto di quale molteplicità e intreccio di contributi sia caratterizzata tale musica, onde per cui risulta sostanzialmente distorto il quadro storico che tende ad assegnare il percorso evolutivo del jazz ad una esclusiva manciata di figure protagoniste di sedicenti “svolte” o “rivoluzioni”. Un noioso strombazzamento continuo che ancora oggi si nota, ad esempio, nelle opinioni e negli scritti relativi alla figura di John Coltrane specie da parte di chi dimostra poi di non conoscere molto altro in materia.

Con questo non voglio certo minimizzare il contributo di uno dei massimi protagonisti e più influenti musicisti del jazz moderno e del sassofonismo improvvisato, ci mancherebbe altro. Già da noi ci sono in circolazione sin troppi revisionismi, spesso privi di reale fondamento, o basati su presupposti errati, che non mi sembra il caso di aggiungermi alla lista, ma l’osservazione che pongo è relativa a un problema di approccio critico che a mio avviso non rende giustizia alla grandezza e alla varietà di una musica che ha saputo raggiungere le alte vette dell’arte in molti più casi di quelli solitamente proposti.

Per quel che mi riguarda, il Coltrane più significativo e influente non è relativo al cosiddetto periodo post A Love Supreme, diciamo “spiritual-free”. Mi riferisco in particolare a quello degli ultimi due anni, dove, contrariamente a quello che si tende ad affermare, il sassofonista di Hamlet aveva imboccato una strada molto, forse troppo, personale, prendendo un sostanziale vicolo cieco. Non è un caso che due dei protagonisti del suo quartetto come Mc Coy Tyner e Elvin Jones smisero in quel periodo di seguire il pur loro ammirato leader, non capendo più quale percorso egli volesse imboccare. Una strada che peraltro è stata molto amplificata da chi riteneva e ritiene che il futuro della musica improvvisata fosse ormai di esclusivo dominio di una free improvisation sempre più sganciata dalla cultura americana e afro-americana (il vero obiettivo strumentale di certa critica europea gravata di “-ismi” di ogni genere), in modo da poter giustificare una raggiunta – molto presunta-  odierna superiorità europea in ambito di musica improvvisata.

Questo aspetto, cioè quello dell’enfasi critica data a certe figure afro-americane che si rivelano funzionali all’imposizione di una sorta di ideologia musicale e/o politica applicata impropriamente alla musica improvvisata è una cosa che si è riscontrata e si riscontra in molti altri casi citabili. Un caso storico esplicito è ad esempio quello di Archie Shepp, lodato sino a che ha fatto free e poi bellamente scaricato e caduto nell’oblio, nonostante il proseguimento coerente delle sue battaglie sociali e politiche prima tanto strombazzate, ma poi  fatte su altre basi musicali, evidentemente non gradite. O, d’altro canto, la necessità di trovare un “nemico” come Wynton Marsalis trattato in modo pregiudiziale e immotivatamente irrispettoso, alla stregua di un avversario politico, vizio peraltro radicato in certa Sinistra di stampo stalinista alla quale sostanzialmente appartiene gran parte della nostra vetusta critica musicale.

Insomma, il Coltrane influente nel jazz e che ha realizzato le sue più grandi opere è stato ben altro, quello delle incisioni Atlantic e Impulse! sino ad A Love Supreme e comunque non oltre le ultime opere realizzate nel 1965 dal quartetto.

A corredo propongo un paio di video rintracciati in rete dove si possono ascoltare un paio di capolavori coltraniani realizzati (oibò) su standard e su blues. Si tratta di I Want To Talk About You nella strepitosa versione realizzata al Festival di Newport del 1963 e di Bessie’s Blues, tratto da Crescent del 1964.

Buon ascolto e buon inizio settimana.

 

2 pensieri su “Il Coltrane che prediligo

  1. Coltrane, forse anche grazie al fatto che alcune rockstar ne hanno decantato le lodi e assimilato stilemi pur in versione edulcorata e semplificata nella loro produzione artistica, gode di un’attenzione spropositata pari a quella riservata a Jim Morrison, David Bowie, Jimi Hendrix, John Lennon ecc… spesso idolatrati al di là dei loro innegabili meriti.
    Non sono del tutto d’accordo con la tua opinione sul tardo Coltrane. Credo che, tutto sommato, anche in quel frangente pur privo dell’apporto di due colossi come Tyner e Jones mai sostituiti adeguatamente dalla moglie Alice e Rashied Alì e con la parziale compensazione di Sanders, sia comunque riuscito a dare il suo “marchio” al free: penso ad Ascension dove vi suonano ancora i grandi appena menzionati.
    Vengo al punto e qui sono d’accordo con te in toto: non ho mai capito l’idolatria sconsiderata verso il free jazz.
    Per cominciare, ho sempre dubitato che i suoi ferventi seguaci si sorbissero ore di Esp-Disk (Giuseppi Logan, Patti Waters, Noah Howard, Sunny Murray, Albert Ayler, Ran Blake, Milford Graves ecc…) che mettono a dura prova le orecchie e la concentrazione di chiunque e che la maggior parte di costoro se ne vantasse per darsi un tono cosa che ha molto a che fare con il sostrato ideologico e politico di certo radicalismo a prescindere e assai poco con il contenuto musicale e il suo valore artistico.
    E poi mi ha sempre lasciato perplesso la convinzione più o meno consapevole che questo particolare stile di jazz è tanto migliore dei precedenti in quanto atonale.
    Mi pare un retaggio di quello che è avvenuto nella musica colta europea prima con la Seconda Scuola di Vienna ( Schoenberg, Berg, Webern) poi con il serialismo di Darmstadt ( Stockhausen, Maderna, Ligeti, Cage, Berio ecc…) per cui suonare musica tonale non importa se scritta o improvvisata era una scelta “reazionaria” e, perciò, negativa.
    Sono anche convinto che pur in mezzo a certi eccessi ( ho prima citato la Esp di Stollman) vi fossero opere interessanti, ma codeste vanno considerate alla stessa stregua di qualunque altra espressione della cultura afroamericana vale a dire con approccio critico e storicistico.
    Peraltro negare considerazione ed attenzione verso gli altri stili significa non comprendere che Taylor, Coleman, Rudd e altri hanno puntuali ascendenze stilistiche e strumentistiche che trovano radici nei Tatum, Waller, Peterson, Hawkins, Webster, Johnson.

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    1. in realtà siamo quasi sulla stessa linea su tutti i fronti. Ascension è certamente un gran disco. Magari certa libera improvvisazione avesse quel livello di strutturazione e di solisti. Tieni conto che più che altro ho scritto in riferimento agli ultimi due anni quelli nei quali sono spariti prima Tyner e poi Elvin Jones e comunque al confronto del Coltrane pre A Love Supreme che oggettivamente è stato maggiormente influente coinvolgendo una platea di musicisti successivi molto più ampia di quella alla quale si è riferita all’ultimo Coltrane. Basterebbe elencare i nomi dei sassofonisti presenti sulla scena dopo Coltrane per rendersene conto. Ti suggerisco in tal senso di seguire la discussione che è nata in seguito alla pubblicazione di questo articolo sulla mia pagina Facebook. Potrebbe interessarti e ampliare il discorso qui affrontato. Un saluto

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