Kurt Elling: The Questions -Okeh (2018)

81MuO-yMCOL._SY355_Ho sempre apprezzato il personale canto di Kurt Elling, più che per le doti vocali (che volendo ben vedere non sono poi così eccezionali) soprattutto per un timbro vocale pressoché inconfondibile e riconoscibile dopo poche battute e ancor più per la sua capacità di affrontare il materiale tematico di volta in volta accuratamente scelto e interpretato, dimostrando di essere un  musicista colto e un autentico jazzista, cercando di produrre versioni originali, spesso quasi del tutto riscritte. Questo in particolare nella ricerca delle migliori canzoni popolari, o dei temi presi dal Song americano. Quando invece prende in esame composizioni strumentali del jazz, ne aggiunge appositamente i testi (l’aspetto poetico è in lui da sempre spiccato, riferendosi in particolare al maestro del genere Mark Murphy e più in generale alla grande letteratura americana), o utilizza il metodo di Jon Hendricks (alla cui memoria è dedicato l’album) e del Vocalese, cantando nota per nota interi assoli di grandi jazzisti. Pertanto, potrebbe non essere considerato un vero e proprio cantante, nel senso di come lo sono stati ad esempio Frank Sinatra o Ella Fitzgerald, interpreti esclusivi della canzone dotati entrambi di vocalità pressoché insuperabili. Semplicemente si tratta di qualcosa di più e di diverso di un semplice cantante.

In questo recente The Questions, co-prodotto assieme a Branford Marsalis, Elling conferma tutte le sue migliori doti e di essere cantante di punta di una scena jazz contemporanea che lo vede in realtà protagonista ormai da più di due decenni. Dopo un paio di lavori a mio avviso non all’altezza dei suoi migliori, in questo caso Elling realizza un notevole concept album, dimostrando che i molti premi ricevuti e l’ampio riscontro di pubblico e di critica non ne hanno esaurito la creatività e impigrito l’impegno nella ricerca di temi adatti alle sue originali interpretazioni. Il materiale è infatti preso allargando il campo ben oltre il jazz, il pop afro-americano e il classico Great American Songbook, pescando anche nel folk, nel pop e nel rock americano bianco, come dimostrano i temi presenti di Bob Dylan, Paul Simon e Peter Gabriel. Detto per inciso, quest’ultima pare una precisa tendenza, che va consolidandosi nell’area dei jazzisti americani bianchi (peraltro mai negata anche da musicisti afro-americani, se pensiamo anche solo al country-western di figure storiche come Ray Charles). Basterebbe citare riusciti lavori ad esempio di Bill FrisellBrad Mehldau, John Scofield e Nels Cline per notarlo, il che sembrerebbe indicare che un certo lungo processo di integrazione culturale si sia ormai compiuto e che certe distinzioni di appartenenza etnica, prima ancora che musicali o stilistiche, si siano ormai diluite in una concezione di complessiva “musica americana” e relativa cultura, cui accedere indistintamente a livello di materiale da interpretare.

Il disco affronta il tema della sfida posta dalle incertezze esistenziali degli attuali difficili tempi e le relative profonde preoccupazioni. presentando poetiche ed autorevoli interpretazioni di brani scritti da alcuni dei più influenti compositori della musica americana, tra cui Bob Dylan (A Hard Rain s A-Gonna Fall), Leonard Bernstein (Lonely Town), Rodgers & Hammerstein (I Have Dreamed, interpretato benissimo anche dal già citato Nels Cline), oltre a una potente rivisitazione di American Tune di Paul Simon, con il classico Skylark di Hoagy Carmichael che chiude la registrazione. Si apprezzano anche interessanti nuovi arrangiamenti di composizioni jazz strumentali scelte con notevole gusto e caratterizzate da linee melodiche cantabili e con i testi aggiunti da Elling: si tratta di A Secret in Three Views (adattato a Three Views of a Secret di Jaco Pastorius, uno dei migliori temi scritti in ambito jazz degli ultimi quarant’anni), Endless Lawns di Carla Bley  (originariamente intitolato Lawns) e The Enchantress di Joey Calderazzo. (originariamente chiamato The Lonely Swan).

Elling è ben accompagnato da strumentisti ospiti come Branford Marsalis (sax soprano e tenore), Joey Calderazzo (pianoforte), Marquis Hill (flicorno) e Jeff “Tain” Watts (batteria) che si aggiungono ai musicisti della sua usuale band  comprendente John McLean (chitarra), Stu Mindeman (piano / B3) e Clark Sommers (basso).

Disco tra i migliori della intera discografia di  Kurt Elling.

Riccardo Facchi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...