Bernstein, Stravinskij e la Sagra della Primavera

Ci sono pochi autori e poche composizioni che hanno davvero segnato il Novecento e sono entrate a far parte della Storia della Musica senza distinzioni di genere. Una di queste è certamente Le Sacre du printemps, nota in inglese  come The Rite of Spring, tradotta in italiano come La Sagra della Primavera (stando però ben attenti a tradurre come “rito” o “rituale” la parola sagra, per non confonderla con quelle nostrane di paese).

Si tratta, come noto, di un balletto che è stato rappresentato per la prima volta a Parigi il 29 maggio 1913 al Théâtre des Champs-Élysées su musica di Igor Stravinskij, che personalmente considero uno dei più grandi geni musicali in assoluto.

Qualcuno forse si domanderà il motivo dell’apparente fuori tema odierno rispetto all’oggetto musicale dichiarato. Rimanendo ben inteso che il blog non vuole creare ghetti stilistici o steccati musicali predefiniti, a maggior ragione oggi in tempo di globalizzazione culturale, esiste in realtà un legame molto più forte di quanto non appaia in prima istanza tra quest’opera, il suo autore e il jazz. Al di là del noto cosmopolitismo del grande compositore russo e del suo interesse per il jazz (già constatato sulle colonne di questo blog parlando dell’ Ebony Concerto) manifestato a maggior ragione dopo essersi stabilito negli Stati Uniti durante il periodo bellico, vi è una precisa ragione che vorrei sottolineare che a mio avviso lo accomuna al jazz, ossia il grande lavoro poliritmico e polimetrico introdotto nel concepire la musica, ciò che personalmente considero la vera grande innovazione in musica nel Novecento, ovvero un’idea molto più ritmica della e nella musica rispetto al passato. Ovviamente questo è solo uno dei tanti aspetti rivelabili nella Sagra della Primavera, ma non si può non rilevare la portata di una opera epocale e di eccezionale impatto, dotata di grande potenza espressiva pur nella sua evidente complessità esecutiva e di scrittura.

Ritmo e potenza espressiva, proprio le due qualità che più riconosco nel jazz e, più in generale, nella musica degli afro-americani, ovvero gli elementi che in troppi, in ambito di musiche improvvisate, tendono oggi a derubricare. Perciò per il concerto del venerdì, oggi propongo questa magistrale esecuzione della Sagra diretta da Leonard Bernstein. Buon ascolto e buon fine settimana.

2 pensieri su “Bernstein, Stravinskij e la Sagra della Primavera

  1. I grandi musicisti, pur operando in diversi settori, parlano sempre la stessa lingua. Grazie per il bell’ articolo, foriero di ulteriori spunti e sviluppi.

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    1. Le vicendevoli interazioni tra musica classica del Novecento e musica afroamericana rappresentano un capitolo importante della storia della musica nel corso del secolo scorso. Basterebbe questo per spazzare via i peggiori ed inveterati snobismi di una parte considerevole dei cultori della classica tesi ad accreditare la superiorità della partitura e quindi della composizione sulla improvvisazione, ritenuta a torto l’unico elemento di relativo interesse del jazz, contestandone peraltro l’originalità dato che a suo tempo illustri compositori come ad esempio Mozart e Chopin, l’avevano comunque praticata a fianco della composizione.
      In tutto questo ci si dimentica colpevolmente dei Monk, Ellington, Mingus, Gil Evans, Don Ellis, John Lewis, Wayne Shorter, Stan Kenton ecc… che hanno mostrato doti compositive di provata qualità.
      Ben vengano contributi come questo che servono a gettare ponti per far sì che risultino sempre più anacronistici e codini certi orientamenti “puristi”.

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