Una delicata ballad di Billy Harper

Tra le tante “fake news” che ci è toccato leggere o sentire da Arbore in questi anni sulla presunta paternità italiana del jazz, subito ampiamente divulgate dalla gran parte di un sistema (dis)informativo nazionale che pretenderebbe di informare senza a volte conoscere un minimo gli argomenti di cui tratta, una delle più ilari è quella per la quale gli italiani avrebbero “insegnato” la melodia agli americani, o qualcosa del genere. Cioè, nel paese dei Gershwin, dei Kern, dei Porter e di tutti i grandissimi autori del Great American Songbook gli americani avrebbero dovuto attendere gli italiani per saperci fare con le melodie? Non parliamo poi dei “poveri negri”, tutto ritmo e ignoranza musicale a brache. Cosa avrebbero fatto senza Nick LaRocca e Tony Sbarbaro?

Non è che la tradizione musicale italiana era all’epoca l’unica presente in territorio americano e gli italiani (o italo-americani?) gli unici depositari della melodia. Si prende un pezzo del puzzle e si sostiene che rappresenterebbe il quadro d’insieme. E’ come pretendere che un mattone o una parete di una costruzione sia già la costruzione, o che un ingrediente della pizza, che so, la mozzarella, sia la pizza.

Trovo questo modo di raccontare le cose intorno al jazz davvero poco rispettoso della materia di cui si tratta, oltre che dell’intelligenza di chi legge o ascolta certe cose al limite del delirante. E’ incredibile che certe baggianate possano essere preso sul serio solo perché utili ad assecondare una forma volgarissima di nazionalismo applicato oltretutto a trecentosessanta gradi e che va avanti da troppo tempo (non montato solo dalle tradizionali “destre”, si badi bene).

Non c’è poi da sorprendersi che  nel paese si stia sfociando in un “sovranismo” cialtrone, cioè di un paese che vuole sentirsi sovrano dimenticandosi di essere seduto da troppo tempo su una montagna di debiti in continuo aumento. Tutto questo pare essere il sintomo preoccupante di una profonda crisi culturale prima ancora che economica che, non solo non è stata superata, ma che ci trova ancora nella sua piena dimensione senza vederne lo sbocco, al di là dei continui proclami gattopardeschi di cambiamento e rottamazioni varie.

Chissà se Billy Harper e i suoi avi per costruire tenere melodie come quella che sto per proporvi e contenuta in un bel disco della Steeplechase intitolato Destiny is Yours avrà contattato qualche italiano prima di scriverla. Qualche musicologo “de noantri” prima o poi riuscirà a sostituire degnamente Arbore e a scoprirlo dopo accuratissime ricerche “scientifiche”. Come no…

Un pensiero su “Una delicata ballad di Billy Harper

  1. Molto interessante Billy Harper che ricordo partner di rilievo nell’ultimo bel lavoro solista di Lee Morgan inciso pochi mesi prima della sua tragica e prematura scomparsa.
    Condivido il punto di vista espresso sulla melodia italiana che, purtroppo, mostra ancora una volta la persistenza di un trito e scontato retaggio di presunta superiorità culturale, frutto di ignoranza e pregiudizio assai difficili da estirpare. Peraltro il melting pot americano è stato il migliore brodo di coltura per lo sviluppo di una cultura autoctona di indubbio spessore non solo nella musica.

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