Mo’ te faccio vedé chi è “avventuroso”…

Uno dei classici pregiudizi che circolano nell’ambiente (abbastanza ammuffito, ottuso e sempre più ristretto) dei jazz in Italia è che un jazzista per dimostrarsi “avventuroso” e amare quel “rischio” proprio dell’improvvisatore di classe deve muoversi in ambito atonale e di improvvisazione “free”, cioè oltre le melodie e oltre le relative strutture armoniche di riferimento. Sicché, implicitamente si sottintende, che chi suona ad esempio standard in ambito tonale non può esserlo in nessun modo.

Si tratta di un’evidente fesseria dettata non si sa bene da quali presupposti di base per la quale si potrebbero portare decine e decine di esempi musicali di confutazione. Direi, al contrario, che per un musicista/improvvisatore spesso è assai più difficile dimostrarsi avventuroso in un contesto tonale.

Ne dà qui una dimostrazione Paul Desmond in questa versione “live”di un iper battuto e inflazionatissimo All The Thing You Are, nel quale riesce a produrre un fantasmagorico assolo di una arditezza rara, in cui riesce a disegnare la melodia utilizzando intervalli estremamente ampi, legati alla non semplice struttura armonica del tema da gestire, assumendosi rischi musicali e strumentali propri solo di musicisti di livello superiore, con un controllo musicale e strumentale raro da rintracciare.

Certo, capisco che si tratta di un musicista in giacca e cravatta, dall’aria un po’ anonima e non di un apprezzabile rivoluzionario sovversivo che lotta contro il sistema imperialistico americano, dipingendosi la faccia alla africana, presentandosi trasandato e non tentando di suonare il suo strumento con i piedi anziché con le mani, cosa che, come noto, lo porterebbe ad essere messo in palmo di mano a certa critica, ma, come dire, da queste parti ci si accontenta di apprezzare il rischio e l’avventura rilevandola nella musica, con il minimo di pregiudizi possibili.

La formazione dello stralcio di esibizione al Festival di Newport del 1971 è semplicemente stellare. Buon ascolto.

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