Mini Flop Jazz di mezza estate

Come avevo già scritto nel precedente e più corposo “Flop Jazz” di fine 2017 che ebbe un riscontro di lettori inaspettato, non amo molto l’imperante eccesso di “politically correct” verso le produzioni del tal musicista-icona (specie quando è italiano), o della tal casa discografica, di cui abbondano certe improbabili liste frutto più dei propri gusti personali che di estensive conoscenze in materia di jazz e musica improvvisata. Come promesso allora, ne propongo altri (a scadenza temporale non periodica o fissa, quando capita) in cui segnalo, cercando di motivare e non solo di provocare, alcuni dischi che ho trovato tra i più superflui, se non addirittura insignificanti, noiosi, o semplicemente brutti tra gli ascolti recenti. Ribadisco che si tratta, ovviamente, di opinioni del tutto personali, senza altre pretese, avvertendo che non si tratta necessariamente di titoli pubblicati di recente, ma proprio di dischi che ho potuto ascoltare solo di recente e che mi hanno stimolato a parlarne. Nello specifico prendo in esame solo quattro titoli, anche perché non passo il mio tempo ad ascoltare appositamente musica che non mi piace. Ancora al sado-masochismo non sono arrivato.

Linda-May-Han-Oh-300x300Linda May Han Oh – Walk Against Wind (2017)

Ho avuto modo di ascoltare questa contrabbassista di origine asiatica in qualità di leader di un gruppo di giovanissimi nell’ultima edizione di Bergamo Jazz, dove ha mostrato una discreta immaturità in quella veste, sia nella conduzione dei musicisti, ancora acerbi, sia a livello compositivo, cose che ho purtroppo ritrovato in buona parte di questo disco. Musica che dice poco, con pretesa di essere molto sofisticata, ma che non lo è per niente. Belli i tempi nei quali un genio come Michael Brecker incideva il suo primo disco da leader alla bella età di 38 anni, con grande umiltà e consapevolezza di sé, dopo un lungo percorso di marciapiede da sideman in contesti di ogni genere. Oggi si incidono dischi con troppa faciloneria e senza aver maturato un’estetica personale, o sufficienti idee per farlo. Ai tempi dei grandi produttori nelle etichette jazz come Lester Koenig, Orrin Keepnews o Alfred Lion dischi senza nerbo come questo non avrebbero avuto possibilità di essere pubblicati.

Angles-9-300x300Angles 9 – Dissappeared Behind the Sun (2017)

Mi si dice da più parti che questo gruppo rappresenterebbe oggi quanto di meglio il jazz europeo possa proporre e in effetti si leggono recensioni dei loro concerti e dei loro dischi in cui gli elogi  si sprecano. Ora, se devo prendere per buoni giudizi di questo genere, posso solo concludere due cose: o l’Europa è messa molto male oggi in fatto di jazz, contrariamente a quanto si continua a predicare, oppure temo che chi esprime certi giudizi abbia qualche problema con la conoscenza del jazz e la sua lunga storia, mostrando tra l’altro di non conoscere nemmeno bene quanto di buono proprio il jazz europeo abbia già saputo produrre in un passato anche non troppo recente. Chiariamo però subito un punto, questa non è musica innovativa o di avanguardia, anzi, direi che è già nata vecchia e che col jazz ha poco o nulla a che spartire. Riallacciandosi vagamente alla tradizione bandistica (ma totalmente europea, nulla a che vedere con la tradizione bandistica americana di cui anche il jazz si è nutrito) sul piano ritmico la musica proposta dimostra di essere la negazione del jazz e di quella rivoluzione ritmica operata nel Novecento che ha saputo influenzare quasi universalmente la musica dello scorso secolo e oltre. Essa mostra infatti una pesantezza ritmica di rara rintracciabilità, ritmi e pronunce strumentali regolarmente in battere, utilizzo continuo di noiosissimi ostinati, di assoluta debolezza armonica e strutturale, alternati a sezioni improvvisate di un free stereotipato, di seconda mano. L’orchestrazione (se esiste ma ho dei seri dubbi) è tutt’altro che sofisticata, si suona per lo più all’unisono, non c’è componente dialogica, non c’è scambio tra le sezioni, non c’è contrappunto o polifonia, nulla di ciò che il jazz orchestrale ha saputo sviluppare nella sua lunga storia. Musica abbastanza caotica, di una primitività sconcertante, che farebbe sorridere anche un James Reese Europe o le band omofoniche newyorkesi dei primi anni ’20. Vorrebbe essere sofisticata per menti sofisticate, invece è solo povera. Si ha l’ardire di citare le formazioni di Carla Bley o la Liberation Music Orchestra di Charlie Haden, ma quando mai? Siamo molto distanti da quei livelli. Sarà il caso di riprendere da capo (o piuttosto cominciare?) ad ascoltarsi le band storiche di Benny Goodman, Chick Webb, o Andy Kirk e Count Basie (non cito Ellington, perché non è proprio il caso di scomodarlo) per farsi un’idea di cosa sia la musica per formazioni allargate o orchestre jazz, evitando magari di continuare a parlare a sproposito, per questi nomi, di musica superata, adatta solo per ballare, buona per conservatori e tradizionalisti, o altre amenità del genere che servono solo a celare la propria ignoranza jazzistica dietro a una patina snobistica a buon mercato di sedicente “progressismo”. Dire che questa musica è di retroguardia e che si tratta di una formazione largamente sopravvalutata è dir poco.

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The Third Man Rava Bollani (2007)

Chiariamo subito un punto, non è un disco brutto, semplicemente ne discuto l’utilità. Che se ne fa un jazzofilo delle versioni di Estate e Retrato Em Branco Y Preto, quando ha potuto ascoltare quelle quasi definitive di Chet Baker o Joao Gilberto? Mi pare chiaro che il disco aveva un target preciso, di nicchia quanto si vuole ma sostanzialmente commerciale, rivolto a un pubblico di incerte conoscenze jazzistiche, più attento alla qualità audio che a quella musicale, puntando su due nomi di sicura presa ma che avevano già prodotto dischi migliori insieme come Rava Plays Rava, basato su un repertorio più originale e significativo del trombettista. Ne esce un disco “intimo” ma abbastanza piatto e prevedibile nel mood costantemente uguale dei brani. Il fatto è che anche questo è un disco ritmicamente debole perché questo è da sempre il lato debole del trombettista triestino, a cui il pianista si adatta. Inoltre, la narrazione melodica della tromba di Rava ha sì profondi legami con il miglior melodismo della tradizione italiana, ma questo ha molto meno a che fare con la tradizione melodica americana e, di conseguenza, jazzistica, che invece è assai più ritmica. Rava, a differenza di un Baker o di un Davis (giusto per citare due nomi del jazz ai quali chiaramente si ispira), suona costantemente la tromba su tempi lenti e per lo più in legato. Mai una frase in staccato o con una pronuncia ritmica propria della tradizione jazzistica. Lo staccato  richiede una tecnica strumentale più precisa e sofisticata e il suo è un melodismo originale e sempre riconoscibile ma a livello di pronuncia, piaccia o no, non è un melodismo jazzistico.

Gregory-Porter-300x300Gregory Porter – Nat “King” Cole & Me (2017)

Continuo a comprendere poco tutta questa attenzione per la voce di Gregory Porter che, almeno a livello di tradizione afro-americana di cantanti rientra in una bravura di assoluta normalità in tale ambito (a proposito, quando la si finirà di proporre in modo così ingiustificatamente inflazionato la mediocre Dee Dee Bridgewater nei concerti italiani?). E’ vero che oggi non ci sono grandissimi cantanti in circolazione, ma allora perché non approfondire quelli del passato e magari gli originali? Cosa propongono di migliore o semplicemente di interessante queste versioni per meritare un intero album sin troppo confezionato rispetto a quelle passate di Nat King Cole? Un assoluto mistero, ma, come dire, l’attualità e l’apparire aggiornati vengono prima di tutto, anche di una adeguata e utile conoscenza del passato. Parafrasando Claudio Baglioni: “La vita è adesso”.

Riccardo Facchi

4 pensieri su “Mini Flop Jazz di mezza estate

  1. A me pare che il canto jazz nei suoi attuali interpreti femminili e maschili si sia un poco involuto rispetto a ciò che il jazz ha saputo produrre. Vi sono alcune eccezioni, penso in questo caso più al settore degli uomini. Porter è più l’espressione di una moda, mentre mi paiono più interessanti Elling, Mahogany e il veterano McFerrin che però è meno attivo di un tempo.
    Capitolo Bridgewater: quando si era proposta con alcuni dischi live incisi in Europa fine anni ’80, inizio’ 90, non la trovai mediocre, anche se mi ero accorto che non valeva un’oncia di una Betty Carter. Oggi non so, le primavere cominciano a pesare.
    Per concludere, certo di Mark Murphy e di Sheila Jordan non se ne vedono all’orizzonte…

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  2. Personalmente sono arrivato ad una conclusione un po’ diversa che cerco proprio di spiegare nell’articolo che pubblicherò oggi. Se ci pensi bene nel canto jazz molti, più che avere un vero grande talento da cantanti, sono musicisti a tutto tondo, pressoché degli strumentisti/improvvisatori che utilizzano la voce. Questo discorso vale per esempio per Kurt Elling (potrei persino sostenere che non si tratta di un vero e proprio cantante) , Bobby McFerrin e Betty Carter, Mark Murphy e Sheila Jordan, come vale per Louis Armstrong e diversi altri ancora citabili. Credo che l’eccezione sia la Fitzgerald, che in termini di puro canto nel jazz è la numero uno. Quanto alla Dee Dee per me non è paragonabile come talento a certi livelli vocali anche come cantante di jazz nel senso che ho appena detto. Molto sopravvalutata se pensi a cosa è stato in grado di produrre il bacino afro-americano in tale ambito, anche se ha avuto un ruolo interessante nei primi anni ’70 in diversi dischi importanti di jazzisti-strumentisti che si autoproducevano i dischi all’interno del cosiddetto modern mainstream di allora contenenti musiche dalle forti connotazioni di battaglia civile e sociale (penso alla Strata East, alle opere di Frank Foster e di Archie Shepp dell’epoca).

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  3. Condivido le tue considerazioni sui cantanti che hai nominato e sul difetto di talento della Bridgewater.
    Purtroppo, ho una conoscenza frammentaria delle incisioni per la Strata East: un mondo che conosco per qualche ascolto radiofonico (Ah quando si tornerà ad una programmazione quotidiana di jazz su Radiorai ad orari accettabili e senza attendere le pillole notturne di Battiti certo ascoltabili in podcast, ma la differenza con Rete Due della Radio della Svizzera Italiana è imbarazzante…scusa la digressione).
    Per quanto posso intuire, probabilmente mi sono perso il meglio di Dee Dee, inserita in contesti creativi senz’altro più brillanti della pur buona routine espressa nei suoi dischi live di Parigi e Montreux; inoltre, ho avuto modo di vederla a Genova parecchi anni fa.
    Ho avuto anche modo di vedere e sentire soprattutto Betty Carter sempre a Genova e ribadisco che le differenze sono abissali in termini di vocalità e capacità improvvisative.
    Ricordo anche una sua partecipazione piuttosto marginale ad un buon album solista di Stanley Clarke, ma anche in quella circostanza il suo contraltare maschile Andy Bey mi parve più convincente.

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