il dinamismo degli Earth Wind & Fire

Se non  siete troppo presi dall’ascolto h24 di Peter Brötzmann, o dall’ultimo capolavoro degli Angles 9, la cui “pura bellezza” è apprezzabile solo da veri pochi intenditori rimasti che sanno dove sta di casa, o, ancora, non siete in spasmodica attesa dell’ultimo prodotto elegiaco di casa ECM e, conseguentemente,  non temete di sporcare la vostra reputazione di raffinato jazzofilo sempre “all’avanguardia” (ma della retroguardia…),  forse vi sarà gradito iniziare questa prima settimana di luglio con la gioiosa musica degli Earth, Wind & Fire (nome a volte abbreviato nell’acronimo EWF) che sono stati un gruppo fondamentale, specie negli anni ’70, della cosiddetta “Black Music”. Non aggiungo l’aggettivo “Great”, perché quello, come si sa, da noi lo si riserva solo all’Art Ensemble of Chicago e, indistintamente, agli esponenti dell’AACM, gli unici degni davvero di rappresentare l’arte musicale africana-americana, mentre si sa che Ray Charles, Marvin Gaye, Aretha Franklin, Curtis Mayfield, Isaac Hayes, Stevie Wonder, Michael Jackson e Prince, giusto per citarne qualche altro oltre agli EWF, sono stati solo il prodotto dello sfruttamento commerciale dell’industria discografica americana adatti a un pubblico di “poveri negri” musicalmente ingenui e intellettualmente poco evoluti, certo non come i nostri suddetti intenditori conoscitori della bellezza, ai quali, tra l’altro, tocca sempre spiegare agli afro-americani come si fa della vera arte in musica. D’altronde, si sa, non sta bene parlare bene di musica e musicisti che “piacciono a tutti”, non distingue, non è intelligente, non fa élite. Una cosa davvero riprovevole.

Al di là di questa provocatoria introduzione (volutamente sarcastica, se non si fosse capito) e bando alle ciance, gli EWF hanno davvero saputo produrre della grande e originale musica, al di là del loro enorme riscontro commerciale di dimensioni davvero mondiali. In realtà, sono da ritenersi (come gli altri citati ed altri ancora) molto più prossimi al jazz di quanto si possa pensare, anche solo per gli elementi condivisi, comuni allo stesso bacino culturale di riferimento, tra R&B, Soul, Funk, Jazz e Disco Music. Diversi jazzisti hanno inserito in repertorio le loro canzoni, come ad esempio, Carmen McRae, Stanley Turrentine e Kurt Elling e non sorprenderà sapere che Gil Evans passò un’estate di vacanze ad ascoltare quotidianamente le loro canzoni.

La band fu fondata a Chicago nel 1969 da Maurice White, purtroppo morto recentemente, nel 2016. Nato a Memphis nel 1941, il leader e fondatore del gruppo negli anni dell’adolescenza si trasferisce a Chicago, dove trova lavoro come batterista turnista per la Chess Records. Nel 1967, prende il posto del batterista Red Holt nel Ramsey Lewis Trio con cui suona fino al 1969; in quell’anno abbandona il trio e si unisce a due amici di Chicago, Wade Flemons e Don Whitehead, per comporre canzoni e jingle pubblicitari per le emittenti locali. I tre ottengono un contratto con la Capitol Records, prendono il nome di Salty Peppers, ed incidono un brano di discreto successo nell’area del Midwest americano intitolato La La Time. Il secondo singolo dei Salty Peppers, non ha altrettanto successo e Maurice decide di cambiare profilo e nome del gruppo, che diviene appunto Earth, Wind & Fire. Il nome ha origini “astrologiche”, in quanto deriva dal segno zodiacale di White, il Sagittario, che è un segno di fuoco, ma è influenzato anche dagli elementi della terra e dell’aria: da qui il motivo per cui nel nome non compare l’elemento “acqua”.

Senza star qui a fare pedissequamente la storia del gruppo, che ha avuto diversi mutamenti di direzione e negli elementi, diciamo che il momento chiave è stato il passaggio dalla Warner alla Columbia nel 1972 per merito del presidente dell’epoca, il noto Clive Davis, che venne a conoscenza diretta del gruppo grazie a un’esibizione al Rockefeller Center di New York. In quell’anno la formazione, a parte il leader e suo fratello Verdine White, prevedeva Jessica Cleaves (cori), Ronnie Laws (flauto e sassofono), Roland Bautista (chitarra), Larry Dunn (Tastiere), Ralph Johnson (Percussioni) e Philip Bailey (cori), una formazione che subirà successivamente dei nuovi ingressi rispetto alle uscite, prevedendo anche la presenza di Andrew Woolfolk al sassofono e al flauto traverso.

Il grande successo arriva nel 1975 grazie alla colonna sonora del film sul lato oscuro delle case discografiche That’s the Way of the World, del regista Sig Shore (conosciuto per il film Super Fly, e con cui il gruppo aveva già lavorato nel 1974). Da lì in poi ila band sforna una serie di canzoni del livello di Reasons, Can’t Hide Love, Sing a Song, Fantasy, September e più avanti In The Stone (che contiene uno strepitoso arrangiamento introduttivo di Jerry Hey e David Foster)  e la ballata After The Love Has Gone, tra l’altro, e ripresa, completamente riscritta, dal già citato Kurt Elling.

Lo stile del gruppo si rivela unico per dinamismo e capacità ritmica (e persino carica erotica), che stimola al ballo, oltre ad utilizzare il canto in falsetto, altra tipica caratteristica della Black Music del periodo. La loro musica è sicuramente rappresentativa di un precisa epoca, di cui può essere considerata una sorta di colonna sonora.

Il gruppo ha continuato ad esistere nei decenni successivi, sfruttando ovviamente il successo mondiale ottenuto che gli ha portato mastodontiche vendite discografiche e riconoscimenti a profusione. Allego allo scritto una versione live di September e alcuni dei successi citati.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...