Carla Bley Big Band, Live 1988

Il fatto che questo blog sia principalmente dedicato alla musica afro-americana non significa che non si debbano pubblicare scritti o musiche dedicate a musicisti del jazz (e non solo del jazz) dovuti ad altri contributi etnici, geografici o culturali. In generale, cerco di evitare al massimo posizioni  ottusamente faziose, per contrappormi ad altrettante faziosità. So benissimo che questo è l’approccio oggi più frequentato nel nostro paese (il che la dice lunga sul suo stato intellettuale e culturale), ma nel caso della musica questo atteggiamento sfiora l’assurdo e a tratti diventa persino pateticamente ridicolo. Eppure è esattamente quel che si nota nell’ambiente nostrano del jazz, da sempre caratterizzato da un approccio ideologico di parte, che tende regolarmente al partito preso nelle valutazioni della musica, a prescindere dal suo valore intrinseco o meno. Il che dovrebbe essere invece l’unica cosa che conta.

D’altro canto, trovo fastidioso certo atteggiamento strumentalmente “universalistico” verso la musica e in particolare il jazz, che trovo quasi sempre un modo per apparire molto intelligenti e aperti mentalmente, a buon mercato, utile più che altro a celare i propri interessi o, peggio, i propri limiti cognitivi in una materia come quella jazzistica (e dintorni) in realtà assai più intricata di quanto non appaia in prima istanza.

La cosa migliore è sempre quella di scandagliare i fatti musicali, cercando di collocarli nel loro contesto e di comprendere al meglio quel che si ascolta. Il resto sono per lo più parole che lasciano il tempo che trovano. Sono interessato alla musica e non ad un uso strumentale della stessa per costruire discorsi pretestuosi e/o di parte e quando ne trovo di buona, sia che si tratti di musica prodotta da bianchi, da neri, da americani, o da europei, piuttosto che giapponesi, poco mi importa.

Carla Borg (1936), meglio nota come Carla Bley è, ad esempio, una delle compositrici e big band leader più innovative e originali in ambito di jazz dall’epoca, diciamo così, post-free sino ad oggi, riuscendo a trovare una sintesi molto personale in tale ambito tra concetti spesso abusati e maltrattati (nel senso letterale del termine) come “tradizione” e “avanguardia”, o dicendola meglio, tra tradizione e ricerca/sperimentazione. Sta di fatto che la Bley ha saputo indicare un nuovo modo di comporre nel jazz, andando oltre il canonico modello “canzone”, senza in realtà negare quella componente melodica (messa così in discussione nell’epoca della cosiddetta “libera improvvisazione”) che ha caratterizzato per decenni la tradizione del Song americano. Analogo discorso si potrebbe fare riguardo al suo modo di condurre una big band, dove la tradizione dei Duke Ellington e dei Gil Evans si è saputa mescolare, anche in modo dialettico, con le istanze innovative dell’epoca nella quale la pianista e compositrice è emersa tra i protagonisti della scena jazz: tra free jazz, rock progressivo, Nino Rota e altro ancora.

Non a caso, il compianto ex marito Paul Bley, uno dei maggiori geni/innovatori pianistici del jazz, ha costruito buona parte della sua carriera artistica e discografica sulle sue composizioni, ma non è stato certo l’unico caso (George Russell, Art Farmer e Jimmy Giuffre, ad esempio), mentre la Carla Bley Big Band ha sfornato dagli anni ’70 in poi opere discografiche di alto livello, molto più che significative.

Per la proposta concertistica del fine settimana, propongo un filmato della sua big band datato 1988, cioè di un periodo tra i più creativi della sua carriera, con una orchestra che presentava elementi di assoluto spessore. Il video difetta un poco nell’audio per la presenza un po’ fastidiosa di un ronzio costante di sottofondo, ma la musica proposta merita comunque.

La formazione è la seguente:

Carla Bley – pianoforte, Christof Lauer – sassofono soprano, Wolfgang Puschnig – sax contralto, Andy Sheppard – ssassofono tenore, Roberto Ottini – sassofono baritono, Bob Magnuson – oboe, Lew Soloff – tromba, Jens Winter – tromba, Gary Valente – trombone, Frank Lacy – corno, Bob Stewart – tuba, Karen Mantler – organo, Steve Swallow – bass Buddy Williams – batteria, Don Alias – percussioni.

la scaletta dei brani è la seguente:

00:00:09 – Song of the eternal waiting of canute 00:10:24 – The girl who cried champagne – I 00:18:05 – The girl who cried champagne – II 00:21:50 – The girl who cried champagne – III 00:29:29 – Real life hits 00:40:53 – Fleur carnivore 00:52:48 – Lo ultimo 01:00:51 – end

Buon ascolto e buon fine settimana con Carla Bley.

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