Sonny Rollins e le ballad

Per quel che mi può riguardare, considero Sonny Rollins uno dei più grandi improvvisatori che il jazz abbia potuto manifestare nel corso della sua storia, dotato di una fantasia “melodico-ritmica”, per certi versi persino unica, in grado di emergere anche partendo da brandelli tematici, o persino semplici spunti ritmici. Normalmente si apprezza questa cosa nei brani “mossi”, o persino su tempi molto veloci. Gli esempi nella sua discografia in tal senso si sprecano. Tuttavia, tale abilità si manifesta tranquillamente anche nei brani più lenti, in particolare nelle cosiddette “ballads”. Sue interpretazioni come quelle di You Don’t Know What Love Is, I’ ve Grown Accustomed To Your Face, My One and Only Love e il relativo album The Standard Sonny Rollins, quasi nella sua interezza, sono lì a dimostrarlo.

A tal proposito, e anche per distendere gli animi un po’ esacerbati dagli avvenimenti politici nazionali di questi giorni, propongo in questo inizio settimana l’ascolto (per molti sarà solo un riascolto) di due sue superbe interpretazioni su tal genere di materiale. La prima è una strepitosa versione di Skylark, che personalmente considero la migliore in assoluto tra quelle che ho avuto modo ad oggi di sentire, e che è contenuta in Next Album, disco di inizio anni ’70 dopo uno dei suoi periodici ritiri dalla scene. La seconda, altrettanto stupefacente, proviene da The Cutting Edge del 1974, disco registrato dal vivo al Festival di Montreux di quell’anno contenente un To a Wild Rose che si sviluppa in un continuo crescendo di emozioni musicali. 

Si noti come in entrambi i casi i brani contengano una lunga parte finale in cosiddetto stop time chorus, nella quale cioè la ritmica si ferma è il solista procede in improvvisazione senza accompagnamento alcuno. Una procedura molto frequentata sin dal jazz classico (per quanto eseguita solo per poche battute, o comunque non così a lungo),  quello per intenderci dei Jelly Roll Morton, dei Sidney Bechet e dei Louis Armstrong, con particolare riferimento a quest’ultimo nel suo famoso assolo di Potato Head Blues del 1927. Per certi versi Rollins può essere considerato un continuatore (passando ovviamente da Parker e Gillespie) di quella grande tradizione solistica in ambito, ovviamente, di jazz moderno.

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