Braxton live at Montreux, 1975 e la sua veste da jazzista

Esprimere delle opinioni critiche su Anthony Braxton in Italia senza esercitarsi in incondizionate lodi sperticate è pressoché impossibile. Nell’ambiente intorno al jazz è ritenuto per lo più un genio assoluto della musica e chi osa dire qualcosa di diverso si becca regolarmente qualche reprimenda se non addirittura qualche insulto da parte di esagitati che lo considerano una sorta di icona intoccabile. Parlarne bene è perciò divenuto un “must”, per poter essere accettati in una élite critica italica del jazz che si è auto eletta depositaria di verità rivelate in materia.

Nonostante la mia educazione cattolica di base, ritengo di aver sviluppato nel tempo uno spirito sufficientemente laico per evitare certi atteggiamenti feticistici e dottrinali al limite del bigottismo che caratterizzano una buona fetta della nostra critica (per lo più attempata) e mi pare ben curioso il dover riscontrare un tal comportamento in un ambiente che, più o meno, si è sempre dichiarato “di sinistra” e “progressista”. Il che dovrebbe far riflettere, cosa che ci si guarda, come sempre e su tutto, di fare.

Siccome, detto volgarmente ma anche amabilmente, “me ne frego”  di dovermi conformare a certe situazioni, cerco sempre di valutare la musica con le orecchie, lo studio e le riflessioni, evitando il più possibile certi approcci dottrinali che non aiutano mai a comprendere.

Per sgombrare il campo da fraintendimenti, parto subito col chiarire che Braxton è da considerare oggettivamente una delle figure principali emerse in ambito di musica improvvisata negli anni ’70 e che stiamo parlando di un musicista intelligente, colto, certamente originale, dallo stile improvvisativo a suo modo inconfondibile e compositore a trecentosessanta gradi, ben oltre cioè  l’ambito jazzistico, ovviamente a chi interessa esploralo al di fuori di tale contesto.

Quest’ultima precisazione non è secondaria, in quanto il musicista stesso ha avuto modo di dichiarare più volte di non considerarsi un jazzista, il che, almeno per quel che mi riguarda, è vero in buona parte della sua opera e in buona sostanza, e dimostra la grande onestà intellettuale della persona, cosa molto meno rilevabile in certi suoi fan incondizionati.

Una analisi seria del musicista credo di non poterla e non volerla fare in questa sede per la semplice ragione che sarebbe poco serio e presuntuoso liquidare in poche righe un personaggio di questo calibro e di tale complessità, (in una modalità che, viceversa, ho riscontrato utilizzare verso musicisti di altrettanto calibro poco o nulla graditi agli stessi fan del polistrumentista). Mi limito ad alcuni spunti di riflessione solo sul Braxton jazzista, compositore e improvvisatore in tale ambito, senza pretesa di avere verità rivelate in tasca, ma semplicemente delle opinioni che si sono formate lentamente nel tempo, dopo attento e ripetuto ascolto.

Considero Braxton un ottimo compositore e il miglior Braxton jazzista quello che ha saputo produrre i dischi Arista in quartetto con la presenza (non a caso) di jazzisti del livello di Kenny Wheeler, Dave Holland e Barry Altschul che lo supportavano alla grande, cui  potrei aggiungere quello con George Lewis al trombone. In tale contesto, il suo modo di comporre richiama più o meno indirettamente la modalità boppistica, che si può far risalire sino al modello di base del quintetto di Charlie Parker, via Eric Dolphy e, in parte al quartetto di Ornette Coleman, dal quale si distingue però per un quasi assoluto disinteresse per il blues, di fortissimo radicamento invece nella musica di Coleman. Si ricollega al bop, ad esempio, l’esposizione dei temi all’unisono della front line e una tendenza a costruire i temi utilizzando intervalli ampi, ma, a differenza delle linee tematiche del bop, si osserva in Braxton una tendenza a pensare la composizione, per così dire, prevalentemente “in battere” più che “in levare”, mostrando cioè una minor varietà ritmica rispetto ai temi dei boppers e soprattutto rispetto all’incedere di Dolphy, che è certamente una sua influenza. La varietà ritmica sia in composizione che in improvvisazione per un jazzista che si rispetti non è poi cosa così da poco. Qualcosa del genere si può ad esempio rilevare nel significativo e bel video che ho allegato in fondo allo scritto.

Questa cosa si nota peraltro anche nella strutturazione ritmica dell sue improvvisazioni, che personalmente ritengo un po’ ripetitive e ritmicamente abbastanza monotone, per quanto stilisticamente originali. Detto per inciso, e (solo) in questo senso, ritengo ad esempio gli acclamatissimi suoi dischi in sax contralto solo abbastanza sopravvalutati.

Per quanto sia considerato un campione dell’avanguardia, occorrerebbe tuttavia osservare che Braxton è un notevole conoscitore della tradizione jazzistica, partendo dal ragtime di Joplin e le bande alla John Philip Sousa sino almeno a Eric Dolphy, notando anche come si sia esercitato con costanza e forte motivazione negli standard del jazz e nel song americano. Quel che personalmente discuto non sono le sue ottime intenzioni, ma i risultati ottenuti in tale ambito, che  mi sono parsi per lo più mediocri e in qualche raro caso persino imbarazzanti.

Sta di fatto che in questo video, come nei dischi che ho indicato, la musica invece indiscutibilmente funziona.

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