Rava, il compositore più che il trombettista

Al di là di una enfatica (spesso spropositata) retorica nazional-nazionalistica, dal tratto pesantemente provinciale, che imperversa da troppo tempo in Italia a proposito della supposta grandezza del “nostro” jazz e dei relativi protagonisti, occorre ammettere che Enrico Rava sia ancora oggi da considerare, insieme a Enrico Pieranunzi e pochissimi altri, uno dei nostri musicisti che sia riuscito a raggiungere una fama internazionale e sia comunque da considerare uno dei nostri jazzisti più rappresentativi.

Prossimo agli ottanta anni, ritengo che la sua stagione creativa sia ormai (da tempo, per quel che mi riguarda) conclusa, considerando anche il fatto che come strumentista è stato sempre tecnicamente limitato, con uno spettro espressivo interessante ma musicalmente troppo ristretto ad un preciso campo d’azione. Ciò considerando come storicamente trombettisti in tal senso assai più dotati di lui, come Dizzy Gillespie e Miles Davis, mostravano già la corda a una età inferiore alla sua.

Per quel che mi riguarda il suo periodo più creativo e discograficamente interessante rimane ancora quello degli anni Settanta, anche se la fama l’ha raggiunta più avanti, a cavallo tra anni Novanta e inizio Duemila, quando iniziò a incidere per ECM dischi per mio conto un po’ tutti noiosamente uguali.

La sua caratteristica migliore credo sia stata, oltre ad una visione più internazionale della sua proposta rispetto a quella di altri jazzisti nazionali, la sua innata dote melodica, tipicamente italiana, nell’improvvisare e soprattutto nel comporre. Purtroppo il limite (puramente jazzistico, ben inteso) che ho sempre notato e che a mio avviso non può farlo considerare un grande jazzista e un grande improvvisatore è che questa vena melodica non è stata accompagnata da una adeguata ricchezza ritmica (peraltro tallone d’Achille di molti improvvisatori nazionali), che nel jazz è a mio modo di vedere dote indispensabile.

Al di là di queste considerazioni personali, che possono essere più o meno condivisibili, occorre però oggettivamente ammettere che si è trattato di un ottimo compositore, il che di questi tempi non è poi così poco. Lo testimoniano alcuni brani e alcuni lavori in discografia che documentano un book di composizioni prodotte in carriera di tutto rispetto. Sto pensando ad esempio a quelle contenute in  un bel disco come The Pilgrim and The Stars (ECM, 1975) o, a maggior ragione, nel duo pubblicato dalla Philology a fine anni Novanta intitolato Rava Plays Rava, dove il trombettista triestino è accompagnato da un giovane Stefano Bollani, il cui brio e la cui freschezza (di allora, oggi lo trovo stucchevole e artisticamente vuoto)  riuscìrono a sostenere Rava al meglio proprio sul piano ritmico e armonico.

Ho rintracciato in rete proprio alcuni dei brani dei dischi citati che meritano senz’altro l’ascolto e perciò ve li propongo.

Un pensiero su “Rava, il compositore più che il trombettista

  1. La rivista Musica Jazz pubblicò un cd nel 97/’98 se non erro, intitolato “certi angoli segreti” edito da Label Bleu per MJ appunto (Rusconi Editore?). Ebbene , pieno zeppo di bellissime composizioni, con una delle sue formazioni elettriche più belle. Il Rava che tocca il suo apice è lì. Preceduto da dischi con altrettant ebelle sonorità “di gruppo” e composizioni molto efficaci , risalenti al periodo Soul Note a Gala records . Qui peschi (insieme al Rava settantottino della ECM del quale sottolineo open Night con D’Andrea in formazione al piano) il migliore Rava. Sui sbadiglioni della ECM millenian mi sono già espresso…a Voglia di Vinile 2018 /21-22 aprile) una retrospettiva in vinile di Rava la trovi….ciaooo!

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