George Benson & Bobby Womack

Presentare Robert Dwayne “Bobby” Womack (Cleveland, 4 marzo 1944 – Tarzana, 27 giugno 2014), cantautore e chitarrista afro-americano, piuttosto che George Benson è esercizio che può giusto essere necessario solo nel caso ci si rivolgesse ad un pubblico di jazzofili nazionali “duri e puri”, di quelli che si guardano bene dallo “sporcarsi le orecchie” con della musica “commerciale” (termine con il quale si liquida pregiudizialmente qualsiasi cosa che non sia apprezzabile in modo elitario e indipendentemente dalla qualità della musica prodotta), ma in realtà non dovrebbe essere fatto, poiché entrambi popolarissimi e di fama internazionale. Il fatto è che il rapporto tra jazz e musica popolare, e, di conseguenza, tra jazzisti e musicisti pop è sempre stato stretto, questo almeno in ambito americano, e pare essere proprio questo l’elemento che ha sempre fatto storcere il naso al fruitore europeo del jazz, il quale ha sempre cercato di operare, forse non consapevolmente, una separazione netta tra i due mondi che in realtà non c’è mai stata, forse nemmeno dopo l’avvento del Free Jazz, che per molti rappresenta ancora oggi (a torto) una sorta di spartiacque in tal senso.  Il che, per mio conto, spiega anche l’effetto collaterale che da tempo si nota, legato alla (forzata) ricerca di “teorie musicologiche” che riportino la proprietà del linguaggio jazzistico all’Europa, anziché all’America e giustifichino una (molto) presunta superiorità del cosiddetto jazz europeo su quello americano.

Non la faccio lunga oltre, non volendo tediare con discorsi già fatti e rifatti più volte su questo blog. Mi limito solo a segnalare che quando si parla di musicisti del livello di questi due personaggi, al di là del successo e della popolarità che possono aver ottenuto in carriera, si sta parlando di musicisti che sono arrivati dove sono arrivati, non solo in quanto prodotto di sfruttamento del business legato all’industria discografica (dell’epoca, perché oggi quel business sta messo molto male, come si sa), ma per oggettivi meriti musicali fortemente connessi al loro indubbio talento. Il fatto che non lo si voglia conoscere, o riconoscere, perché artisti legati alla “musica commerciale” è tutto un altro paio di maniche.

Sta di fatto che George Benson nel 1976 incise (e diede addirittura il titolo al suo album) proprio  una composizione di Bobby Womack, dal titolo Breezin’, riaffermando una consolidata usanza storica nel mondo del jazz e dei jazzisti, ossia quella di pescare il materiale su cui improvvisare nella musica popolare, ricordandoci che, contrariamente a quello che solitamente si pensa ( o si vorrebbe far credere), è il jazz ad aver quasi sempre attinto al mondo del pop, del cinema e dell’intrattenimento americano, fagocitandone il materiale tematico, e non il viceversa, piaccia o meno.

Piazzo qui una versione originale del compositore più due di Benson, una registrata in studio per il suo album dell’epoca e l’altra eseguita dal vivo nel 1977, in cui si prende ovviamente maggiore libertà solistica rispetto al prodotto discografico.

Buon ascolto.

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