Una rinfrescatina alla memoria…

The-Birth-Of-A-Band1_largeQualche giorno fa è scoppiata su Facebook una polemica spropositata contro Quincy Jones che in una sua lunga intervista (presa eccessivamente sul serio) avrebbe osato parlar male dei Beatles (in realtà è stato assai più specifico di quel che non si è detto in un primo momento, ma fa nulla), facendolo passare, di contro, per un musicista qualsiasi che ha potuto raggiungere la fama solo come produttore di successo sfruttando il talento altrui.

Lasciando perdere gli insulti gratuiti verso l’età avanzata raggiunta dal musicista, che certo non merita un trattamento del genere e più che altro qualificano chi li ha pronunciati, osservo che le riviste specializzate sono da sempre zeppe di interviste di musicisti che parlano male di altri musicisti anche grandissimi e sarebbe il caso di dargli sempre l’adeguato peso.

Ora va bene tutto, e capisco che toccare certi miti della propria gioventù, sia che si tratti dei Beatles, di Jimi Hendrix, o di John Coltrane sia considerato quasi un sacrilegio, ma tutto ciò ha a che fare con un approccio alla musica rimasto infantile, privo di alcuna capacità di analisi e, soprattutto, di reale conoscenza su chi si vorrebbe insultare, reo di aver osato toccare le icone nelle quali evidentemente ci si riconosce.

Constato che si conosce molto bene il valore della musica dei Beatles anche tra jazzisti e jazzofili dichiarati, fa piacere, ma, di contro, a me pare evidente che chi tra questi si sente di insultare con sicumera Quincy Jones ne sa poco o nulla della sua luminosa carriera di musicista, compositore, strumentista e jazzista, il che per quel che mi riguarda fa riflettere e spiega tante cose sullo stato attuale dei gusti e delle opinioni maggioritarie sul tema jazz nel paese. Come sosteneva Boris, il protagonista del film “Basta che funzioni” di Woody Allen: “Tutti molto felici di fare chiacchiere, tutti completamente disinformati” e questa pare una caratteristica odierna italica del tutto generalizzata. Perciò, prima di farsi venire il sangue agli occhi per nulla, occorrerebbe ricordare agli eventuali smemorati che Quincy Jones è stato un grandissimo jazzista e arrangiatore oltre che compositore e big band leader, nonché capace di suonare molto bene tromba e pianoforte.

Delle sue geniali capacità musicali si sono avvalsi moltissimi grandi del jazz sin dalla sua fuoriuscita dall’orchestra di Lionel Hampton (dove stava pure nella sezione trombe assieme ad Art Farmer e Clifford Brown) nel 1953. Proprio Farmer ai primi di luglio di quell’anno si avvalse del suddetto contributo polivalente di Quincy Jones in orchestra avendo l’occasione di incidere da leader per la Prestige, in un settetto quattro tracce su composizioni sue e di Quincy Jones. Al termine del tour concertistico estivo della band di Hampton, tutte le giovani promesse citate lasciarono l’orchestra per mettersi in proprio e portare un fuoco nuovo (quello del nascente hard-bop) nelle band attive nei locali e negli studi d’incisione di New York.

Non a caso Jones è poi stato chiamato in causa da altri grandi jazzisti emergenti con le loro innovative formazioni nel ruolo di arrangiatore e/o compositore per le rispettive incisioni. Giusto per citarne qualcuna, la sessione Blue Note di Clifford Brown, quella del sestetto di George Wallington del 1954, pianista di origine siciliana all’epoca tra i protagonisti del nuovo jazz del periodo, con la presenza di Frank Foster, in BumpkinsMad Thad. in un tentette a nome di Thad Jones, sempre nel ruolo di arrangiatore e di compositore del brano eponimo. Tre giorni dopo in tre brani di Plenty, Plenty Soul (anche qui nel ruolo di compositore in Boogity Boogity), registrato da un nonetto da lui arrangiato e sotto la leadership di Milt Jackson.

Nel 1956, alla sola età di 23 anni Jones fu nominato niente di meno che direttore musicale del folto gruppo di musicisti che affrontò lo storico tour in Medio Oriente e in Sud America capitanato da Dizzy Gillespie (per la cui orchestra stava peraltro già lavorando) per conto del Dipartimento di Stato degli U.S.A. Qualche merito musicale evidentemente doveva averlo già acquisito.

Senza dilungarsi troppo nel dettaglio delle collaborazioni, si potrebbero citare tanti altri grandi del jazz che in quegli anni ’50 hanno utilizzato il suo ampio talento musicale per produrre le loro incisioni, tra cui personaggi del calibro di Gigi Gryce, Oscar Pettiford, Jimmy Cleveland, Clark Terry, Sonny Stitt e Cannonball Adderley.

In quello stesso 1956 si presentò poi in sala d’incisione con una sua big band comprendente fior di solisti e producendo diversi dischi fondamentali in tale ambito di cui più sotto riporto il dettaglio.

Forse per qualcuno tutto questo potrebbe non significare molto. In fondo Jones sarebbe stato solo un buon arrangiatore ma molto meno valido come compositore, certamente inferiore ai Beatles. Può anche essere, ma occorrerebbe come minimo ricordare a costoro che, durante una sua permanenza europea a Parigi nel 1958 ha potuto studiare composizione nientemeno che con Nadia Boulanger, ovvero una delle migliori insegnanti di composizione del XX secolo, partecipando anche a seminari di composizione d’avanguardia con Pierre Boulez e Jean Barraqué.

Sarebbe peraltro bastato chiedere a Count Basie in proposito, il quale lo prese nella sua già prestigiosa schiera di arrangiatori e compositori, dedicandogli  più di un disco sulle sue composizioni, come in One More Time (Count Basie And His Orchestra Play Music From The Pen Of Quincy Jones) del 1959, che contiene lo stupendo For Lena and Lennie, o Li’l Ol’ Groovemaker…Basie! del 1963da lui composto e arrangiato e contenente brani del livello di Pleasingly Plump, ai quali si potrebbero aggiungere altre pagine come Stockholm Sweetnin’Eveneing in ParisThe Birth of a Band. Per non parlare delle incisioni con la sua big band, alcune delle quali sono degli autentici capolavori del jazz, come This Is How I Feel About Jazz(1956), The Birth of a Band (1959), The Quintessence (del 1961, qui il meraviglioso brano eponimo di sua composizione e contenente una ancor migliore versione di For Lena and Lennie), Big Band Bossa Nova (1962).

E’ stato poi un arrangiatore apprezzatissimo da cantanti del livello di Frank Sinatra e Ray Charles (per il quale produsse anche parte dell’eccellente Genius+ Soul, tra i migliori lavori del grande pianista e cantante).

Divenne anche direttore musicale nel tour europeo dell’opera blues di Harold Arlen “Free and Easy“. Nel 1961 divenne responsabile di artisti e repertorio della Mercury Records, di cui prese il ruolo di vicepresidente tre anni dopo. Dal 1968 al 1981 ha lavorato con analoghe competenze per A&M Records, concentrandosi più su una carriera da produttore di ben noto successo mondiale dal 1973 in poi.

Sempre circa le sue doti di compositore messe non si sa bene su quali basi in discussione, Jones ha scritto la musica per il film The Boy in the Tree e tre anni dopo il primo lavoro analogo per Hollywood con The Pawnbrokerdopo di che compose le colonne sonore di altri 30 film, nonché diverse sigle per serie TV di successo.

Se tutto ciò non bastasse, secondo lo stimato critico e scrittore inglese Max Harrison “l’influenza nella musica popolare di Quincy Jones, non solo in America, è stata ampia“, ma evidentemente per chi lo insulta gratuitamente tutto ciò non farebbe di lui una persona con le competenze adeguate per dire alcunché sui Beatles, né sul serio né per scherzo, facendolo apparire solo come un vecchio ormai colto da demenza senile per quel che ha osato affermare. Speriamo che qualcun altro, forse in preda a distorte forme di credo religioso in musica, non sia colto, senza rendersene conto, da demenza precoce.

Riccardo Facchi

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