Mingus e le sue meditazioni sull’integrazione

Meditations on Integration è forse una delle composizioni di Charles Mingus più importanti e quindi, in automatico, di tutta la storia del jazz. Per quel che mi riguarda si tratta, per così dire,  di vera e propria musica classica afro-americana che, oltre ad avere un valore musicale intrinseco indiscutibile, ha anche un portato espressivo pressoché unico, quasi lacerante per quanto riesce a comunicare nel profondo all’ascoltatore.

Mi sono chiesto diverse volte perché oggi si cita (e si ascolta) così poco la musica di Mingus rispetto a quella di altri grandi, e una spiegazione me la sono data, osservando come il gusto dell’ascoltatore medio italico intorno al jazz si sia “imborghesito” non poco rispetto ad un tempo, prestando attenzione a musica che, proprio sul piano espressivo, sembra più impegnata a non “disturbare” il fruitore con contenuti emotivamente troppo forti e coinvolgenti, che ti entrino cioè quasi con violenza nell’animo, proprio come quelli di questo brano del contrabbassista di Nogales. La musica pare diventata oggi un mezzo utile ad assecondare solo il proprio gusto e in definitiva a gratificare il proprio ego. Non è cioè vissuta come strumento di crescita individuale ascoltando ciò che ha da dirci “l’altro” con l’arte musicale. Si preferisce ascoltare, in altri termini, una musica che, per così dire, replichi se stessi, tendente quasi alla filodiffusione e alla “aritmiticità” (sul tipo di certa produzione ECM, per intenderci), quasi prosciugata da certi contenuti emotivi e orientata solo al “sound”, o, all’opposto, un genere, in apparenza più sofisticato, che soddisfi sul piano mentale (più che propriamente intellettuale), ma sia in definitiva altrettanto arido dei suddetti contenuti emotivi.

La grandezza di giganti del jazz come Mingus è stata invece proprio la capacità di riunire nella sua musica, e alla grande, entrambi gli aspetti, ed è proprio questo che permette di attribuire alla sua musica quell’alone di immortalità che la rende mai veramente datata o, men che meno, “superata”.

Del brano, Mingus ha prodotto moltissime versioni, specie nelle esibizioni concertistiche ben documentate in discografia, tutte davvero molto belle e pregnanti di significati. Probabilmente quella orchestrale portata al Festival di Monterey del 1964 rimane unica nel suo genere ed è un capolavoro assoluto della Musica tutta, ma nella famosa tournée europea primaverile di quello stesso anno, Meditations on Integration era già in repertorio e proposta in tutte le date previste del tour concertistico.

In rete ho rintracciato questa eccellente versione di prova in cui si può ammirare uno splendido Eric Dolphy (specie al flauto) e quel super gruppo costituito, non da meno, da Jaki Byard al pianoforte, Clifford Jordan al sax tenore, Johnny Coles alla tromba, e Danny Richmond alla batteria, oltre ovviamente al leader al contrabbasso.

Non so cosa avrei dato per poter vivere direttamente momenti musicali come questo. Troppa grazia Sant’Antonio, verrebbe da dire…

Buon fine settimana.

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Un pensiero su “Mingus e le sue meditazioni sull’integrazione

  1. La pigrizia dell’ ascoltatore medio italico è la stessa del lettore medio italico, suoni che non disturbino e libri che non facciano pensare. Ci siamo impigriti perché ci siamo involgariti. Eppure sono sicuro che un bambino in età prescolare, senza pregiudizi e condizionamenti apprezzerebbe Mingus.

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