L’arte misconosciuta di Mike Wofford

Con il termine “mainstream” si (fra)intende ormai da noi una sorta di calderone musicale in cui una pletora di musicisti, con scarsa creatività e privi di vera arte, si eserciterebbe in un linguaggio musicale superato, legato cioè ad un passato jazzistico oggi quasi privo di interesse e che tutto sommato si può fare anche a meno di conoscere, per una musica come il jazz che, si sostiene, dovrebbe saper “guardare sempre avanti”.

Un esempio questo di come, partendo anche da un concetto realmente presente nella storia di questa meravigliosa musica, si arrivi a distorcerne il senso, estirpandolo dal suo naturale contesto storico e culturale nel quale pure si è realizzato. Sta di fatto che negare l’importanza e il ruolo del mainstream nella musica improvvisata significa rischiare di perdere la conoscenza della maggior parte della grande musica che il jazz ha saputo produrre nel corso della sua storia e, conseguentemente, di quei grandi musicisti che hanno comunque saputo dire la loro in maniera molto più significativa di quanto gli sia stato riconosciuto.

Fondamentalmente e nel corso dei decenni di studio, ho maturato la convinzione che tale fraintendimento derivi da una narrazione jazzistica che nel nostro paese e stata incentrata più su alcune figure individuali protagoniste di sedicenti “rivoluzioni”, vissute come  sorta di “salti stilistici traumatici” cronologicamente progressivi, piuttosto che dovuti ad un contributo multiplo dal tratto decisamente più diffuso e collettivo. Come conseguenza di ciò, il risultato di un tal genere di divulgazione è stata una conoscenza parziale, direi a macchia di leopardo, del jazz, decontestualizzata dall’alveo sociale e culturale dal quale tale linguaggio è maturato, perdendo così il contributo dato da moltissimi musicisti di valore, grande o piccolo che sia stato.

La cosa ha riguardato purtroppo anche chi scrive, poiché tale erronea divulgazione l’ha inevitabilmente subita sin dagli inizi e per decenni. Scoprire infatti, dopo più di 40 anni di jazz, di aver trascurato tra le proprie conoscenze la musica di Mike Wofford (nato il 28 febbraio 1938 a San Antonio, in Texas), non è, ad esempio, una cosa piacevole da ammettere, ma è proprio quello che mi è accaduto ed è la dimostrazione di come con questa musica non si sia mai finito di imparare e di sapere. Ancor più umiliante è per me scoprire che in realtà l’avevo già apprezzato, senza accorgermene, come sideman in diverse importanti registrazioni di grandi figure come Shorty RogersTeddy EdwardsBud Shank, Red NorvoChet Baker, Joe PassQuincy JonesOliver NelsonShelly Manne Zoot Sims, oltre che ad essere stato un validissimo accompagnatore di cantanti del livello di Sarah Vaughan (negli anni ’70) e Ella Fitzgerald (1989-1992).

Wofford è un pianista jazz cresciuto a San Diego, in California e poi stabilitosi a Los Angeles, il che già lo accomuna alla sorte di molti dei musicisti emersi sulla West Coast che, non frequentando abitualmente la scena newyorkese, hanno implicitamente patito una certa sottostima e un certo oblio rispetto ai colleghi presenti costantemente nella East Coast. Ciò premesso, Wofford era comunque  conosciuto nella comunità jazzistica sin dagli anni ’60 per i suoi album Strawberry Wine e Summer Night. Negli anni ’70 ha girato l’ Europa con Shelly ManneLee Konitz, negli anni ’80 il Giappone, sempre con Manne, Harry “Sweets” Edison e Eddie “Lockjaw” Davis e il Brasile con Benny Carter. A San Diego si è esibito con Kenny BurrellBenny GolsonArt FarmerCharlie Haden, Slide HamptonClifford JordanRay BrownCharles McPherson e altri ancora, ma il suo campo d’azione ha travalicato anche l’ambito jazzistico nella musica classica, nel pop e nel rock, mostrando una completezza di preparazione e un eclettismo musicale non comune.

Ho avuto modo di riscoprirlo grazie ad una sua splendida recente registrazione in piano solo, intitolata, It’s Personal, dove Wofford interpreta alcuni dei suoi brani preferiti. Ci sono quattro sue composizioni originali e altre otto di suoi preferiti autori, tra cui Jackie McLean, Dizzy Gillespie, Duke Ellington e i Talking Heads.

Potremmo perciò accomunare e paragonare il valore di questo pianista e la relativa musicalità a quelle di un Jimmy Rowles, di un Roger Kellaway, o di un Hank Jones, cioè a grandissime figure che hanno come lui goduto di minor riconoscimento pubblico proprio per i motivi sopra accennati.

Le doti di Mike Wofford sono in evidenza nel disco citato, che consiglio vivamente, dove mi sarebbe piaciuto proporre la sua brillante e originale versione dell’ellingtoniano The Eighth Veil, che purtroppo non sono riuscito a rintracciare in rete e  dove Wofford ne evidenzia la bellezza tematica, riuscendo a non perdere la peculiare armonizzazione del Duca. Ci si può comunque rifare con l’altrettanto valida interpretazione di Little Melonae e del brano che dà il titolo al disco, qui sotto evidenziate. Ho aggiunto anche un tributo al pianista fatto da suoi colleghi estimatori tramite alcune loro opinioni raccolte in un filmato.

Buon ascolto e buon inizio di settimana con la musica di Mike Wofford.

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Un pensiero su “L’arte misconosciuta di Mike Wofford

  1. Mi scuso con i lettori per gli evidenti errori di sintassi in questo scritto pubblicato ieri che oggi alla ripresa ho potuto correggere. Non sono certo un letterato, ma a volte nella fretta di scrivere e di pubblicare vengono fuori degli strafalcioni di cui non mi rendo immediatamente conto. Sorry

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