Il Jazz può essere ancora melodico?

L’arte di saper scrivere una melodia. Più passa il tempo e più a me pare che si tratti di una delle cose più difficili da farsi in musica e a maggior ragione nel jazz. C’è poco da fare: il pensiero musicale “orizzontale” (sul pentagramma) è opera massimamente creativa, molto più del cosiddetto pensiero verticale, quello relativo all’armonia, che ha regole scritte molto più precise e sistematiche cui poter fare affidamento una volta imparate. Eppure, se ci fate caso, il jazz dopo l’avvento del Free anni ’60 ha preso una piega, specie in Europa e in ambito di musiche improvvisate (preferisco sempre usare questa dizione, perché non tutto ciò che si improvvisa possiede le peculiarità del linguaggio jazzistico e forse a volte nemmeno vuol esserlo), che si affranca sempre più dal comporre del materiale su cui improvvisare basato su una forte componente melodica. Si preferisce pensare la composizione in termini di forme e strutture e relativa complessità di architettura, ritenendo (discutibilmente se non addirittura erroneamente) l’approccio melodico ormai “superato” (ma secondo quali riferimenti o parametri?), o semplicemente tale aspetto legato più alla musica popolare (termine anche qui spesso ambiguamente inteso come “commerciale”).

E’ un tema da articolare che andrebbe analizzato nel dettaglio e che è arduo da affrontare qui seriamente e in poche righe, ma in estrema sintesi mi verrebbe da concludere che vi sono dietro diverse contraddizioni da evidenziare, specie se rimaniamo nell’ambito del jazz e della sua ormai più che secolare tradizione musicale e culturale di riferimento. Peraltro, anche estrapolando il discorso al di fuori della cultura americana e pensando anche solo alla nostra tradizione musicale, sostanzialmente fatta di melodramma, di canzone napoletana e di cantautorato, è ben strano constatare come la media dei jazzofili e critici jazz italici rifiuti nella sostanza certo approccio melodico nella musica improvvisata attuale (ma solo per i jazzisti americani e afro-americani…) e invece poco o nulla abbia da dire su certe operazioni assai discutibili dal punto di vista idiomatico (se non del tutto artificiose sul piano jazzistico) prodotte nel nostro paese con le arie del melodramma (Verdi e Puccini) piuttosto che con la canzone napoletana o, peggio ancora, con le canzoni di certi cantautori che col jazz non hanno mai avuto alcun tipo di rapporto. In questi casi si ha ben poco da criticare o da stigmatizzare, mentre se un jazzista afro-americano fa qualcosa del genere con la sua grande tradizione del song, si parla (per me immotivatamente se non proprio stoltamente) di tradizionalismo, conservatorismo, operazione commerciale etc.etc.. Per come la vedo certi progetti dei nostri Rava, Fresu, Bollani e Bosso, giusto per citare i più acclamati,  sono operazioni profondamente “commerciali”, oltre che di scarso valore artistico e musicale (al di là del jazz o non jazz) ma ci si guarda bene dal dirlo, applicando il solito “due pesi e due misure”, strumento di giudizio di abituale applicazione tutta italiana.

Peraltro, tutta questa enfasi verso la grande tradizione del melodramma italiano (cosa anche più che comprensibile e motivata), dovrebbe forse far riflettere sul fatto che ci stiamo riferendo a cose prodotte ormai più di un secolo fa e porre qualche interrogativo su cosa l’Italia abbia saputo produrre di originale, di rilevante e di innovativo dopo di allora sul piano musicale (e non solo riguardo al jazz…). A me pare non molto, o comunque poco di paragonabile portata a ciò che ad esempio hanno saputo produrre i due continenti americani. Negli ultimi decenni si è ad esempio sostenuto che il jazz italiano ormai fosse secondo a pochi ( o forse a nessuno…). Anche qui, dovrebbe far riflettere il fatto che tra i sostenitori di una tesi così priva di riscontri realistici, vi siano stati gli stessi che hanno propagandato insistentemente un falso storico come la proprietà italica del jazz, appoggiandosi ad una figura del tutto irrilevante come Nick La Rocca, inventandosi di sana pianta un mito del tutto inesistente da vendere per buono agli incolti in materia.

Sta di fatto che col  jazz e la cultura afro-americana, per una buona parte degli ormai rari e invecchiati appassionati di jazz i distinguo verso il repertorio melodico americano, quello del Song e più in generale quello proveniente dall’ambito popolare, si sprecano. In quel caso si tratterebbe per lo più di canzonette, musica commerciale etc. etc., insomma, il solito campionario para ideologico di sciocchezze fatte passare per argomentazioni jazzisticamente colte. Negare l’importanza del Song nella cultura musicale americana significa di fatto negarla, o semplicemente non conoscerla per quel che è e quel che è stata, e mi stupisco che non ce se ne renda conto.

Come ho scritto molte altre volte su questo blog, Stevie Wonder è stato uno dei protagonisti di quel mondo che ha saputo rinnovare, specie negli anni ’60 e, a maggior ragione, nei ’70, la grande tradizione del Song derivata dai compositori di Broadway, delle colonne sonore del cinema hollywoodiano, dall’ambito popolare r&b e soul, contribuendo con un rigoglioso book di canzoni non ancora del tutto esplorato, caratterizzate da una chiarezza e originalità melodica davvero rare oggi da riscontrare.

Coerentemente con lo scritto odierno, propongo la sua ballata You and I in una versione “live” con tanto di balletto associato, ma incisa per la prima volta per l’album Motown Talking Book del 1972. Della canzone sono state prodotte diverse versioni da grandi jazzisti (non solo cantanti). Tra queste indico quelle di Abbey Lincoln, Carmen McRae, Irvin Mayfield, Stanley Turrentine, Mel Rhyne&Joshua Redman, Bob Mover e Jay Hoggard. Personalmente l’ho potuta sentire persino da Ran Blake ad una edizione di qualche anno fa di Aperitivo in Concerto. Qualcuno tra i nostri jazzofili dovrebbe domandarsi perché un intellettuale della musica come Blake, un conoscitore profondo del Song americano, un maestro della Third Stream Music che ha lavorato pure con i musicisti più avanzati del jazz, abbia voluto approfondire (naturalmente a suo modo) anche il repertorio di un artista e compositore di successo popolare (e universale) come Wonder.

Più di recente il giovane talentuoso Jacob Collier ne ha data una versione con parti registrate su diverse piste molto armonizzata, in stile, per così dire, “one man band”, per quanto personalmente non ami molto certo “jazz allo specchio” e certa ricerca del “fenomeno musicale” che ultimamente vedo fare invece una certa presa. In aggiunta e per confronto, evidenzio anche la versione sassofonistica prodotta da Stanley Turrentine che è senz’altro considerabile tra i migliori interpreti delle canzoni di Wonder.

Buon ascolto.

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2 pensieri su “Il Jazz può essere ancora melodico?

  1. Senza che mi dilunghi molto, ti faccio un esempio di sano utilizzo del song-book italiano. Su Splas(h) records c’è un disco bellissimo di Sandro Gibellini e Giulio Visibelli, Senza Parole. Ci sono bellissime e soprattutto divertenti re interpretazioni di Jannacci, Concato, Matia Bazaar….per cui siamo alle solite. Fare un buon disco non “tira” le vendite. salvo poi, vent’anni dopo, riascoltarlo come faccio io con grandissimo piacere e gusto. Invece si fanno cose tipo L’Opera va di rava che resta una meravigliosa operazione commerciale, tanto pesante quanto poco ascoltata decenni dopo. Ma quanto vende?
    Poi…. basta con questa cosa di suggerire agli europei il song-book americano….i nostri non sono afro-americani, non sanno proprio cosa significhi jazz non nelle righe del pentagramma, ma nelle pieghe dell’animo…Ciao!

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    1. Non conosco quel disco e francamente la produzione Splas(h) per quel poco che ho sentito l’ho sempre trovata per lo più insignificante e non solo dal punto di vista strettamente jazzistico.
      Per il resto, non si tratta di suggerire o non suggerire, questione come sempre mal posta e vista sotto un punto di vista “ideologico” e poco nel merito musicale, si tratta di individuare del materiale compositivo adatto ( va bene anche adattato…) per essere suonato con la pronuncia jazzistica. il discorso è dunque di approccio idiomatico. In generale il Song americano ha quelle caratteristiche intrinseche, quello italiano molto più raramente. Poi è chiaro che ci sono canzoni come Estate di Bruno Martino che sono diventate degli standard internazionali, o allargando il campo all’Europa, Dear Old Stockholm che se non erro è una canzone popolare svedese che si intitolava Ack Värmeland, du sköna o qualcosa del genere. Come sempre non è facile generalizzare e tutto dipende dal tipo di trattamento del materiale compositivo prescelto. Per quel che ho potuto sentire, molto raramente mi è capitato di sentire materiale del cantautorato trattato adeguatamente o in modo comunque interessante dal punto di vista della pronuncia jazzistica, almeno per quel che mi riguarda.

      Viceversa, proprio per sottolineare come sia importante la conoscenza e la pratica linguistica per saper “jazzificare” certo materiale (si lo so, è un orrendo termine ma lo uso per farmi velocemente capire) puoi ascoltare come Jaki Byard riesce a trattare magnificamente Amarcord di Nino Rota (ossia materiale di ambito europeo, in teoria a lui culturalmente esogeno) in termini jazzistici. mentre invece Rava quando cerca di fare Michael Jackson si nota come abbia difficoltà ad affrontare quel materiale, specie sul piano ritmico che è proprio il punto debole di Rava ed era invece il punto di forza di Jackson.

      E’ che gli afro-americani sin dai tempi della schiavitù si sono dovuti adattare alla cultura dei bianchi incrociandola con la loro cultura, in un rapporto cioè di abitudine ultra secolare in tal senso, viceversa noi non abbiamo sviluppato quella abitudine, semplicemente perchè non abbiamo nella nostra storia quel vissuto.. Spero di essere riuscito a spiegarmi, ma è un discorso complesso.

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