Marcus Roberts interpreta la Rhapsody in Blue

George Gershwin ha composto originariamente Rhapsody In Blue nel 1924 per la Paul Whiteman Orchestra ed è probabilmente considerabile una delle opere più adatte a rappresentare alcune delle innovazioni portate nella musica del Novecento, non solo riguardo alla musica americana. Mentre la versione originale eseguita quell’anno era orientata al jazz, l’opera è stata poi rapidamente adottata dal mondo classico, ed eseguita praticamente nello stesso modo in un numero infinito di volte. Più di recente, la comunità jazzistica ha iniziato a riprendere quel lavoro, con alcune interpretazioni  fresche e ritmicamente più sciolte di una composizione che mostra in diversi punti il suo potenziale jazzistico.

Sette decenni dopo, il bravissimo pianista Marcus Roberts (naturalmente caduto pregiudizialmente nell’oblio in Italia per dover scontare la “colpa” di collaborare costantemente con il “reazionario” Wynton Marsalis, sorta di diavolo oscurantista del jazz, trattato da più parti alla stregua di un nemico politico) ha riesaminato il lavoro esaltando la chiave di interpretazione jazzistica, peraltro con grande proprietà idiomatica. Rhapsody in Blue aveva lo scopo di elevare il jazz presso la percezione del pubblico americano in un tempo nel quale non erano ancora emerse pienamente le figure epocali di Louis Armstrong e Duke Ellington, ma era invece celebrato come “King of Jazz” un Paul  Whiteman, rappresentante della cosiddette dance-band in voga allora.

Nel 2003, il pianista Marcus Roberts e il suo trio (con il bassista Roland Guerin e il batterista Jason Marsalis) hanno fatto un tour con il direttore Seiji Ozawa in Europa, esibendosi in serate zeppe di  “classici” gershwiniani, tra cui anche l’altrettanto magnifico Concerto in Fa. La gente ha esplorato solo la parte europea di Rhapsody in Blue“, ha affermato Roberts. “Nessuno l’ha sentito sotto un’altra prospettiva, cioè  in termini di ciò che è accaduto nella musica jazz dopo che il pezzo è stato composto. C’erano molte possibilità da esplorare, soprattutto dal punto di vista ritmico, per quanto riguarda il carattere del pezzo“. E ancora: “Gershwin ha catturato lo spirito del jazz prima che potesse persino decollareNon so nemmeno se lo sapesse; molte volte si può fare una cosa del genere e nemmeno saperlo. Penso che il suo obiettivo originale fosse scrivere qualcosa che aumentasse l’interesse della gente per la musica jazz“.

Quando ti siedi con lo spartito, e studi davvero tutto ciò che è lì e vedi quello che stava facendo, qualcosa che poteva essere considerato come un evento pubblicitario di Paul Whiteman per incrementare la carriera di George Gershwin, si è trasformato in un enorme risultato culturale. Gershwin ha combinato la sensibilità europea con la sensibilità americana“.

Nella sua autobiografia, Gershwin descrisse il suo pezzo come “una sorta di caleidoscopio musicale dell’America, del nostro vasto melting pot, del nostro blues, della nostra follia metropolitana“.

Fu il clarinettista di Whiteman, Ross Gorman, a inventare il glissando di apertura. Gershwin aveva in realtà scritto un modello in scala di 17 note, ma Gorman, che stava solo cercando di rianimare la band dopo una prova particolarmente lunga, trasformò il passaggio in uno scivolone lamentoso che sembrava quasi un lamento umano.

Le parti “nuove” e ampliate nell’interpretazione di Roberts dell’opera sono ovviamente quelle per pianoforte. “La maggior parte dei cambiamenti è avvenuta durante la registrazione“, ha affermato Roberts. “Dovevo anche fare i cambiamenti basandomi sui musicisti a disposizione. Non aveva senso avere dodici musicisti jazz e dire loro, suonateli esattamente come sono scritti“. Roberts ha ravvivato i ritmi e ha usato le melodie di Gershwin come punti di partenza per estensioni che modernizzano ma non tradiscono il carattere e la personalità di base del lavoro.

Portraits in Blue è il disco di Marcus Roberts che contiene l’opera assieme ad altri due lavori (di cui uno celebre di James P. Johnson, altro grande del periodo) che consiglio caldamente di procurarsi.

Ho piazzato qui due esecuzioni diverse. Nella prima Il Trio di Marcus Roberts si unisce con la Berlin Philharmonic Orchestra sotto la direzione di Seiji Ozawa. Nella seconda sempre sotto la stessa direzione, si ascoltano più interventi solistici di stampo jazzistico.

 

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