Un viaggio in treno nell’America del jazz

Il treno e la ferrovia sono simboli fortissimi della società americana dell’Ottocento e sono ricorrenti nella cultura musicale afro-americana e nel blues in particolare, ma non solo. Il romanziere, biografo, critico letterario e musicale afro-americano Albert Murray (1916-2013), noto nel mondo del jazz per la sua influenza sul pensiero del critico Stanley Crouch e di Wynton Marsalis, ha affrontato approfonditamente il tema in alcuni suoi scritti. In un certo senso il treno simboleggia il concetto di “viaggio verso la libertà”, proprio perché esso rappresentava per gli afro-americani il mezzo utile a migrare dagli stati schiavisti e razzisti del Sud verso le metropoli del Nord (Chicago e New York). L’argomento richiederebbe una profonda analisi storica e sociale, più che semplicemente musicale,  fuori dalla mia attuale portata, che richiederebbe probabilmente un saggio e non un articolo fatto di poche approssimative righe.

Si capisce bene quanto l’argomento sia rintracciabile nella musica americana e, ovviamente, anche il jazz ha saputo sfruttarne il tema, considerando anche l’aspetto della ripetitiva cadenza, pressoché ritmica, suggerita dal suono prodotto dal treno in movimento. Basti pensare ad una composizione capolavoro come Different Trains di Steve Reich incisa con il contributo del Kronos Quartet.

Diversi sono i brani del jazz che hanno preso spunto dallo sferragliare del treno. Probabilmente tra i primi pezzi citabili c’è l’Honky Tonk Train Blues di Meade Lux Lewis,  del 1927 e Hobo, You Can’t Ride This Train di Louis Armstrong . L’hobo era un vagabondo che adottava in maniera tendenzialmente volontaria uno stile di vita da senzatetto, improntato alla semplicità, al viaggio, all’avventura, alla ricerca interiore, alla marginalità, svolgendo talvolta lavori occasionali. La cultura hobo nasce negli Stati Uniti, alla fine dell’Ottocento, coinvolgendo soprattutto disoccupati e orfani che viaggiavano per gli Stati Uniti svolgendo lavori stagionali e imbarcandosi clandestinamente sui treni merci alla ricerca di avventura.

Duke Ellington, da grande osservatore e narratore qual era, è stato uno dei compositori del jazz più prolifici nello sfruttare il suono del treno. Nel 1933 lo mise in musica in Daybreak Express, utilizzando con la sua orchestra di quattordici elementi una straordinaria varietà di colori, seguito dal celeberrimo Take The “A” Train, la sigla dell’orchestra, in verità composta nel 1941 dal fido Billy Strayhorn, o ancora Happy Go Lucky Local del 1946, ultima sezione della Deep South Suite che peraltro aprì successivamente un contenzioso circa i diritti d’autore con il Night Train di Jimmy Forrest. Oppure ancora in Locomotive di Thelonious Monk, del 1954, arrivando anche a citare l’introduzione di Cherokee nella versione di Max Roach & Clifford Brown del 1955 (che però potrebbe ricordare più probabilmente una danza indiana). Ma qualcosa si trova anche nel jazz più recente, tra un Last Train Home di Pat Metheny (il tema del treno è infatti rintracciabile anche nel Country e nella cultura musicale bianca del Midwest) e il Wynton Marsalis di Express Crossing e di Big Train.

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