Rivoluzionari o classicisti? Questo è il problema, o forse no…

Come sapranno i più affezionati (e molto pazienti…) lettori di questo blog, da tempo conduco una personale battaglia contro l’uso e l’abuso di stereotipi  nelle valutazioni della musica intorno al jazz e alla musica improvvisata, più in generale.

Una delle parole maggiormente in bocca ai jazzofili e utilizzata con troppa faciloneria nel jazz è “rivoluzione” e il conseguente aggettivo “rivoluzionario”, affibbiato all’eventuale musicista di turno. Musicisti come Parker, Davis, Coltrane, o Coleman, ad esempio, si ritrovano un tale appellativo con discreta continuità e facilità negli scritti. Sarà, ma più approfondisco le mie conoscenze e meno mi viene da usare quel termine, anche per loro, che pure protagonisti di discrete svolte nella storia del jazz lo sono stati. Peraltro, se proprio dovessi sprecare un tale termine (e non lo faccio) mi verrebbe più da proporlo per uno come Louis Armstrong, un autentico “marziano” della musica nel contesto della sua epoca, un nome invece quasi sistematicamente escluso da certe liste di menti geniali e comunque, pensandoci bene, il discorso che sto per fare varrebbe anche per lui.  Il fatto è che se si approfondisce la cultura musicale di loro riferimento si capisce che certe più o meno presunte “svolte” musicali sono state sì espresse alla fine da singole individualità di spicco, ma sono anche state il prodotto di un processo di maturazione linguistica, avvenuto in modo progressivo e collettivo, più che traumatico e esclusivamente individuale.

Più in generale, è vero che esistono i geni nella scienza e nella cultura umana (e quindi non solo in musica) che hanno segnato la storia, ma essi sono sempre stati il frutto di condizioni storiche, sociali e di pensiero venute a maturazione.

Tornando al caso specifico del jazz, mi fa talvolta specie osservare come la parola “rivoluzione” sia così spesso in bocca a borghesucci snob che si spacciano per appassionati “progressisti” del genere e che probabilmente nella loro vita non hanno mai cambiato nemmeno la posizione sul divano da dove guardano le partite di calcio in tv.

Dalle nostre parti si amano le fazioni su tutto: o si è rivoluzionari e progressisti, o si è conservatori e reazionari. Vie di mezzo non ne esistono e, soprattutto, ci si schiera in barba alla necessità di approfondire i temi e le proprie conoscenze, seguendo quelle scorciatoie che tanto sono amate dagli italiani, utili ad accreditarsi velocemente in qualche non meglio identificata élite, o presunta tale.

Poi, succede che si legge per caso una pagina di un libro scritto da chi davvero la materia l’ha studiata, con acume e profonda conoscenza, e ci si accorge di quanto certi steccati prefabbricati non abbiano alcun senso e ragion d’essere. Parlando a proposito di Ornette Coleman, Joachim Ernst Berendt scriveva già nei primi anni ’70 nel suo Libro del Jazz:

“…Anche nelle sue improvvisazioni Ornette è diventato un classicista. Nel 1971, nei giorni del jazz a Berlino, il pubblico che nulla immaginava della trasformazione di Ornette Coleman, credeva di ascoltare il musicista che con energia travolgente aveva rivoluzionato la musica jazz, e rimase stupito di sentire un uomo che faceva semplicemente della “bella musica”: linee chiare, melodiose, meravigliosamente equilibrate scritte per sassofono contralto. Il jazz ha bisogno di classicisti come lui. Chi chiede una rivoluzione continua chiede l’impossibile e manifesta soltanto la propria immaturità.”

 

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Un pensiero su “Rivoluzionari o classicisti? Questo è il problema, o forse no…

  1. Molto interessante, in special modo relativo al grade Ornette Coleman, il quale mostra tutta la sua capacità “classica” nel brano “The legend of bebop” del album, The art of Improvisers. Memorabile esempio di uno che dei classici se ne intende !!

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