Ambrose Akinmusire al Village Vanguard

AmbroseAkinmusire_ARiftInDecorum_coverAmbrose Akinmusire, classe 1982, è ormai un musicista sulla soglia della maturità in modo evidente, poiché sembra rinverdire i fasti della grande tradizione trombettistica africana-americana del jazz, ossia quella delle geniali figure nate dall’hard-bop anni ’50, sulla scia del loro capostipite Clifford Brown, ma  prossima più allo stile di Booker Little, con influenze successive e più libere rilevabili tra Don Cherry e Lester Bowie. Akinmusire sembra cioè ricercare una sintesi più ampia in ambito di moderna tradizione trombettistica, riuscendovi direi quasi perfettamente, anche su un piano espressivo, solitamente oggi un po’ trascurato rispetto al passato.
 A Rift In Decorum, è il suo terzo album da leader registrato per l’etichetta Blue Note, dopo When the Heart Emerges Glistening (2011) e The Imagined Savior Is Far Easier To Paint (2014), ed è un doppio CD che documenta un concerto al leggendario Village Vanguard di New York. Qui viene svolto un lungo programma di 14 composizioni, tutte originali del trombettista californiano, ed eseguito da un quartetto comprendente Sam Harris al piano, Harish Raghavan al basso e Justin Brown alla batteria.
Il mood generale del concerto è prevalentemente introspettivo e ipnotico, con emozioni espresse tramite una sorta di personale meditazione in musica intorno ai sentimenti del dolore, della nostalgia, del rimpianto e della rabbia per una mancata opportunità del passato, o la perdita di un amico. Esplicito in questo senso è il brano d’apertura Maurice & Michael (sorry i didn’t say hello), che Akinmusire pare abbia scritto dopo aver mancato di salutare un vecchio amico. Un caso analogo è A Song to Exhale To (Diver Song), con la presenza di una sentita introduzione d’archetto al contrabbasso, accompagnata dal pianoforte di Harris (che pare influenzato più in generale da Paul Bley) prima dell’ingresso della tromba. Le note sono sparse, quasi con la parvenza di una preghiera, ma altri esempi simili ai già citati si ritrovano in Purple (Intermezzo), piuttosto che in Moment In Between The Rest (To Cure an Ache), traccia in cui per circa dieci minuti il trombettista si cimenta in un soliloquio lento e riflessivo. Akinmusire sfrutta l’intera gamma di suoni producibili dalla tromba, inclusi lamenti vocali e grida, sembra cioè quasi parlare, ricercando a tratti suoni persino inaspettati per lo strumento. La ritmica nel suo complesso lo asseconda fornendo un supporto appropriato alle sue intenzioni espressive.
Brooklyn (ODB) inizia con una riflessione prolungata al pianoforte, con il tema completo non dichiarato sino alla fine, in una sorta di inversione nell’usuale sviluppo musicale.  Ai compagni della band viene dato spazio su Piano Sketch e Condor (che contiene peraltro una bella sezione melodica nel tema). Trumpet Sketch (milky pete) è la traccia più lunga e ardita del disco con un assolo di piano particolarmente energico e “free”, seguito da una sezione in duetto tromba-batteria, che sembra ricordare il  Don Cherry di “Mu fine anni ’60, con Ed Blackwell alla batteria. Non c’è un classico assolo di batteria, ma il ruolo di Brown si evidenzia sull’ostinato del mosso Umteyo, che chiude l’ottimo concerto.

Unico appunto da farsi, ma non di dettaglio, è legato all’eccessiva lunghezza del prodotto discografico (più di due ore di musica). Con una migliore e meno dispersiva selezione dei brani si sarebbe potuto ottenere un risultato discografico ancora migliore. Si capisce come oggi il calo di interesse economico sulle vendite discografiche comporti una minor accuratezza nella definizione del prodotto, forse anche per  la presenza di produttori molto meno dotati rispetto a quelli carismatici di un tempo nel mondo del jazz. Dovrebbe ben saperlo la Blue Note, visto che nella sua lunga storia ha goduto delle prestazioni di un grande come Alfred Lion, che certamente avrebbe messo mano a un lavoro pregevole di questo genere prima di pubblicarlo integralmente.

Riccardo Facchi

 

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