Rudolph Johnson e la buona eredità coltraniana

A-359953-1432158062-2633.jpegSi sa che negli U.S.A., anche solo per motivi numerici e di serrata competizione, la quantità di musicisti di alto livello nel jazz e intorno al jazz è ed è sempre stata altissima. il che ha comportato inevitabilmente la non conoscenza di moltissimi di loro. Un’altra ragione legata alla fama raggiunta o raggiungibile da codesti musicisti è dipesa anche dalla loro eventuale presenza nei centri nevralgici della scena musicale nei vari periodi storici. In questo senso, un conto è essere, o risiedere, nei dintorni di New York, che è costantemente stato uno dei luoghi fulcro per farsi conoscere, un altro è agire, per esempio, esclusivamente sulla West Coast, dove certe possibilità e occasioni musicali non sono minimamente paragonabili a quelle fruibili nella Grande Mela.

Al di là di tutto questo, oggi parliamo davvero di un (immeritatamente) misconosciuto del jazz, credo probabilmente del tutto sconosciuto alla gran parte degli appassionati, anche di lunga data, ovvero, di Rudolph Johnson, sassofonista e compositore di valore, che è emerso negli anni ’70 e che, purtroppo, ha avuto la possibilità di incidere solo un paio di dischi da leader per una etichetta minore dell’epoca (la benemerita Black Jazz Records, di cui ho già avuto occasione di parlare su queste colonne), ma che meriterebbe una adeguata (ri)scoperta.

Johnson proveniva da Columbus, Ohio, ma si trasferì sulla costa occidentale dopo aver suonato intorno alla metà degli anni ’60 con l’organista Jimmy McGriff su tutta la costa orientale, suonando a Los Angeles e a San Francisco. Era un musicista underground che ha stazionato per lungo tempo in California. Gli addetti ai lavori ben informati al tempo lo consideravano un interessante erede di John Coltrane; tra i tanti dell’epoca, si dirà, ma in realtà, a differenza sua, molti erano solo delle sbiadite imitazioni, mentre lui sviluppava il linguaggio coltraniano anche in ambito di un jazz-funk molto sofisticato (e ben rappresentato all’epoca dalla Black Jazz Records). Ironia della sorte, Johnson non è stato però registrato a sufficienza dall’industria discografica che, nel caso,  lo avrebbe probabilmente incoronato come uno dei più importanti sassofonisti jazz del suo tempo.

La sua tecnica impeccabile derivava da una dedizione alla musica e allo strumento raramente eguagliati. Il suo trio itinerante con il quale solitamente si presentava per San Francisco, prevedeva Chester Thompson all’organo Hammond e Herschel Davis alla batteria, che lo accompagnavano al tenore e al sax soprano.

Chi lo ha ben conosciuto ha assistito in prima persona alla sua rigorosa routine di pratica che di solito iniziava alle 5 o alle 6 del mattino con almeno un’ora o due di meditazione trascendentale, seguita da un’attenta pianificazione di esercizio fisico (non beveva né usava mai droghe di alcun tipo), e di pratica sullo strumento da 6 a 8 ore al giorno, con scale, arpeggi e molti altri studi di teoria musicale. Il suo timbro al tenore ricorda un po’ il suono di Eddie Harris, mentre sul piano fraseologico l’influenza coltraniana risulta chiarissima. La sua padronanza sullo strumento in tutti i registri era assoluta e la sua tecnica di respirazione circolare gli permetteva di eseguire frasi estremamente lunghe. Johnson non è stato solo un grande sassofonista ma anche un eccellente compositore. Oltre ai citati dischi da leader nei primi anni ’70, si segnalano poi poche altre apparizioni da sideman, ma ha lavorato e girato in tour con Ray Charles negli anni ’70 e nei primi anni ’80. Non c’è molto altro da dire, oltre a segnalare che Rudolph Johnson è morto all’inizio del Duemila nell’assoluto silenzio della stampa dedicata al jazz. Ci rimangono in eredità giusto i due preziosi album su Black Jazz: il primo intitolato Spring Rain (1971) e l’altro The Second Coming (1973).

Oggi propongo un brano del primo disco, peraltro fatto tutto di  sue composizioni. La formazione di questo album prevedeva la presenza del bassista Reggie Johnson, come nome più noto, completata dal pianista John Barnes e dal batterista Ray Pounds, praticamente sconosciuti.

Buon ascolto e buon inizio settimana con la musica di Rudolph Johnson.

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