Le contraddizioni sul Keith Jarrett Standard Trio

Lo Standard Trio di Keith Jarrett si è rivelata una delle formazioni più longeve della storia del jazz, per circa una trentina d’anni di esistenza. Una formazione che ha sempre goduto di un marcato riscontro dal pubblico, molto meno dalla nostra critica.

Si è parlato spesso di “manierismo” jazzistico (e sicuramente nell’ultimo decennio, anche solo per ragioni di anzianità e di esaurimento creativo dei componenti del gruppo, questa era osservazione critica motivata, molto meno in precedenza), di “conservatorismo di lusso” e di operazione “neoclassicista”, tipica degli anni ’80, oltre che di “sterile confinamento nella forma chorus”, peraltro propria del song americano, cui volutamente il trio faceva riferimento.

Ho sempre trovato questo genere di severe valutazioni estremamente parziali e fondamentalmente distorte da un approccio musicalmente ideologico, che a mio avviso non riguardavano minimamente le reali intenzioni di Jarrett su quel genere di materiale e nemmeno la qualità della musica prodotta, che, specie nel primo decennio di attività, ha saputo raggiungere vette altissime. Provo perciò a smontare la consistenza di certe osservazioni negative nel modo più razionale possibile.

Al netto delle antipatie sul personaggio, che spesso hanno condizionato il giudizio sulla musica (non riesco minimamente a prendere sul serio uscite del tipo “odio Jarrett”, specie se dette da chi per professione dichiara di essere jazzista. Siamo comunque la si pensi a livelli musicali troppo alti per permettersi di dire seriamente cose del genere), se parliamo di manierismo, mi viene allora da dire che la cosa riguarda anche molta musica “liberamente improvvisata”, o sedicente “d’avanguardia”, di oggi. Una musica anch’essa ricca di cliché consolidati che si rifà sostanzialmente a concezioni di ormai mezzo secolo fa, quindi ampiamente battute, perciò non si possono usare due pesi e due misure nel criterio di valutazione, altrimenti significa che l’approccio critico è solo di parte.

Ora, se prendo per un attimo l’insieme delle considerazioni negative fatte sulla proposta del trio, posso tranquillamente affermare di aver spesso trovato musica non appartenente ad alcun presunto “conservatorismo” (termine nel jazz peraltro assai discutibile e in molti casi utilizzato in modo improprio), non “neoclassicista” e non basata sul “confinamento nella forma chorus”, di livello comunque pessimo. Il che significa che si tende a valutare la musica più sul “cosa” che sul “come”, mentre, specie nel caso del jazz, è sempre stato più importante il contrario.

C’è modo e modo di affrontare gli standard, come c’è modo e modo di fare musica liberamente improvvisata, avanzata o d’avanguardia che dir si voglia. Tra l’altro, avevo già confutato tempo fa su questo blog la necessità di imporre nel jazz un preambolo formale alla valutazione della musica prodotta. La scelta a priori della forma non condiziona necessariamente la qualità della musica realizzata. Invece in certi giudizi che si leggono, il pre-giudizio è sempre evidente.

Mi domando che problemi si hanno con la tanto deprecata “forma chorus” derivata dal blues o dal song. Questi, piaccia o no, costituiscono gran parte del jazz e della sua tradizione culturale di riferimento. Che si deve fare? Mandare al macero decenni e decenni di storia della Musica e del Jazz in nome di un non meglio specificato “progresso” (peraltro di evidente stampo marxista, che proprio nulla ha a che fare con la cultura alla quale ci si vuole riferire)?

Che problemi si hanno, insomma, con il song e il blues? Che dovrebbero fare i jazzisti americani: negare la loro cultura e la loro tradizione? E in nome di quale ragione dovrebbero farlo? Perché lo afferma certa critica italica? Oltretutto, qualcuno dovrebbe poi spiegare perché invece sarebbe accettabile affrontare “jazzisticamente” (si fa per dire) certo repertorio del cantautorato italiano, spesso del tutto inadatto a essere “jazzificato”. Sempre di forma canzone si tratta, mi pare, e a nessuno viene certo in mente di chiedere al jazzista nazionale di turno di abbandonare la propria tradizione musicale, o quella della grande canzone napoletana o del melodramma.

Non ha per me perciò alcun senso parlare di approccio “conservatore”  o “progressista” nel jazz, a seconda se un musicista sceglie di costruire musica su quella forma o meno. Quel che conta è come lo fa e lo Standard Trio ha saputo farlo in modo originale e creativo per parecchio tempo (certo non interamente per tre decenni). Molti dei temi affrontati tante volte dai jazzisti di tutto il mondo hanno infatti subito quasi una totale riscrittura, pur riuscendo a rimanere fedeli alle intenzioni dei vari compositori scelti. Il che non è poi così poco.

Ritengo che il progetto di quel trio, al di là dell’opportunità o meno di farlo durare per così tanto tempo (ma chi nella storia del jazz è riuscito a restare creativo costantemente e per così tanto tempo? Pochissimi, forse nessuno, a meno che si voglia eternamente vivere di miti precostituiti che nulla hanno a che fare con la realtà. La creatività non è merce che si trova facilmente al mercato, per nessuno, anche per certe menti geniali, figuriamoci per gli altri), abbia invece permesso a Jarrett (contrariamente a quello che solitamente si dice di lui) di immolare il proprio spiccato ego artistico all’altare del grande repertorio del cosiddetto Great American Songbook. Una sorta di atto di profondo rispetto, e forse persino di amore incondizionato, verso di esso. Quel progetto è forse stato uno dei pochi casi certi per Jarrett nel quale la musica veniva prima del suo esecutore e della sua devastante personalità.

Rimane il fatto che esecuzioni come quella che sto per proporvi sfiorano, oltre che la perfezione esecutiva, il capolavoro assoluto e massimamente creativo. A volte può essere più difficile essere creativi su un materiale stra-battuto che su ciò che è considerato “nuovo”. Non ci sono regole precostituite.

Buon ascolto.

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