Un “Unsung hero”: Elmo Hope

Forse ci sarà chi è stanco di leggere tra i miei scritti tanti riferimenti a musicisti sottostimati, misconosciuti o dimenticati. Lo capisco, è diventato quasi un refrain, ma continuo imperterrito doverosamente a parlarne, perché sono davvero tantissimi, di tutte le epoche, di tutti gli stili del jazz e ci hanno lasciato in eredità tanta musica eccellente che in nessun modo merita di essere mandata all’oblio. Non è soltanto un recupero storico, ma un vero e proprio recupero artistico, onde evitare, come peraltro accade, che la narrazione sul jazz sia sempre legata agli stessi nomi, alle stesse cose e anche in modo abbastanza superficiale ed aneddotico, spesso decontestualizzando completamente la musica e i relativi personaggi che si vorrebbero magnificare. D’altro canto, posso capire quei musicisti che leggono e che vorrebbero vedere trattati argomenti più “contemporanei”, magari parlando della loro musica, ma questo non è il mio principale target e non devo compiacere nessuno. Questo non è un servizio pensato per loro, o per essere utilizzato per la loro eventuale “visibilità”, ma proprio per il lettore, l’appassionato, neofita o di vecchia data che sia, che desidera allargare le proprie conoscenze in materia. Penso che ci siano già troppi scritti, sia in rete che su cartaceo, che non si pongono più questo genere di target, ossia quello di far appassionare un nuovo pubblico intorno al jazz ormai sempre più scarso e, soprattutto, sempre più invecchiato. Un obiettivo cioè divulgativo (e non elitario…) che peraltro dovrebbe essere di interesse indiretto anche per i musicisti stessi, che magari avranno di conseguenza in futuro pure più occasioni e gratifiche professionali, se esiste una maggiore richiesta di buona musica.

Fatta questa premessa, oggi parliamo proprio di un vero grande misconosciuto: il pianista e compositore Elmo Hope.

San Elmo Sylvester Hope (27 giugno 1923 – 19 maggio 1967) è stato un eccellente, sfortunato, pianista e compositore emerso nel periodo di transizione dal be-bop all’hard-bop, affollato di grandi talenti emergenti, in possesso di uno stile pianistico che in qualche modo può essere considerato simile, ma anche alternativo, a quello di Bud Powell del periodo, peraltro amici sin dall’infanzia. Powell era in possesso di un attacco sulla tastiera più potente e deciso e di una mano destra in improvvisazione quasi incomparabile all’epoca, ma Hope aveva una raffinatezza armonica e una complessità compositiva particolarmente spiccata. In un certo senso potrebbe essere paragonato ad un altro grande misconosciuto del periodo, come Herbie Nichols, il cui agire era ancora più complesso e sofisticato per i tempi.

I suoi genitori, Simone e Gertrude Hope, erano immigrati dai Caraibi. Elmo ha iniziato a suonare il pianoforte a sette anni, prendendo lezioni di musica classica sin da bambino. Ha poi frequentato la Benjamin Franklin High School, nota per il suo programma musicale, sviluppando lì un’ottima conoscenza dell’armonia. All’età di 17 anni, Hope fu colpito da un poliziotto di New York da uno sparo di pistola e portato all’ospedale di Sydenham. Sei settimane dopo, Hope è comparso in tribunale, accusato di “aggressione, tentativo di rapina e violazione della Legge Sullivan”, ma il processo si risolse a suo favore e venne prosciolto dalle accuse. La ripresa fu lenta, impedendogli di tornare a scuola. Hope e Powell incontrarono Thelonious Monk nel 1942 trascorrendo molto tempo insieme. La cosa fu interrotta nel marzo 1943, quando Hope decise di arruolarsi nell’esercito statunitense. Tornato dall’esperienza nell’esercito, Hope si propose sulla scena musicale di New York, tra piccoli club nel Bronx, Greenech Village e Coney Island, definendosi come “pianista e compositore autodidatta”. Dopo una breve esperienza con il combo di Snub Mosley, ha lavorato per la band R&B di Joe Morris dal 1948 al 1951, registrando anche per l’Atlantic e la Decca sotto il nome di Elmore Sylvester.

Le prime registrazioni autenticamente jazz cui Hope ebbe modo di partecipare con adeguata visibilità furono per la Blue Note, con Lou Donaldson e Clifford Brown nel giugno del 1953. Nove giorni dopo quella sessione Alfred Lion propose una seduta da leader di un trio, con Percy Heath e Philly Joe Jones (rintracciabile su Elmo Hope Trio & Quintet- Blue Note) in cui si possono già apprezzare le suddette qualità compositive e l’originalità di scrittura, rispetto a quanto mediamente proposto nel periodo.

Le quotazioni di Hope nel giro salirono rapidamente negli anni successivi, permettendogli di partecipare a importanti incisioni anche di sassofonisti come Sonny Rollins, John Coltrane e Jackie McLean e dandogli occasione di incidere ancora da leader, con un quintetto che comprendeva anche l’emergente Frank Foster. Purtroppo la sua dipendenza dall’eroina gli costò il ritiro della licenza di esibirsi nei club di New York, dopo una condanna di droga. Sì trasferì perciò sulla West Coast, a Los Angeles, nel 1957, lamentando però una certa frustrazione per la poco stimolante scena musicale locale rispetto a quella di New York, pur collaborando significativamente nei quattro anni di forzata residenza con il sassofonista Harold Land (The Fox- Contemporary), scrivendo anche delle composizioni per lui e registrando a sua volta un disco da leader (Elmo Hope Trio- Contemporary).

Negli anni ’60 e dopo il ritorno a New York, sono seguite altre registrazioni che tuttavia hanno contribuito poco a fargli ottenere più attenzione da pubblico e critica. Nel giugno 1961 Hope ha fatto parte del quintetto di Jones, che includeva il trombettista Freddie Hubbard. I loro primi concerti furono organizzati dal vecchio amico di Hope, Monk, come pure un paio di sedute di registrazione per la Riverside, Homecoming! e Hope-Full. Quest’ultimo conteneva le sue uniche tracce da solista e alcuni duetti di pianoforte con sua moglie Bertha (che è ancora vivente). Altre registrazioni per etichette minori di quegli anni furono High Hope! (1961), e Sounds from Rikers Island (1963) in riferimento a un carcere di New York City che presentava performance di musicisti che erano stati detenuti per crimini legati alla droga. Tra queste due sessioni, Hope fu nuovamente portato in prigione per reati di droga. Questi ed altri problemi di droga e di salute hanno poi ridotto la frequenza delle sue prestazioni pubbliche, che si sono concluse un anno prima della sua morte, all’età di 43 anni.

Il New Grove Dictionary of Jazz afferma che Hope ha composto circa 75 pezzi di musica, che “spaziano dal carattere di un nervoso tortuoso a un romanticismo introspettivo e semi-lirico“. Alcuni esempi possono essere Minor Bertha, che ha una forma insolita a 35 bar AABA con una sezione a nove bar, mentre One Down, Barfly e Tranquillity offrono anche ottimi esempi della sua originale creatività compositiva.

Hope, Powell e Monk sono stati considerati dai loro contemporanei per essere influenti l’uno sull’altro all’inizio delle loro carriere, e tutti, dunque, hanno contribuito a influenzare lo sviluppo del pianoforte jazz. I pianisti contemporanei che hanno citato Hope come un’influenza importante includono Lafayette Gilchrist, Alexander Hawkins, Frank Hewitt e Hasaan Ibn Ali. Il chitarrista Kurt Rosenwinkel ha menzionato i ritmi, i fraseggi e le composizioni di Hope come sue influenze.

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