I “Changes” di Mingus

E’ per me un autentico mistero comprendere la ragione per la quale oggi si parli così poco di Charles Mingus e dei suoi lavori. Un gigante del jazz, un artista autentico, un visionario, i cui lavori sono indiscutibilmente dei “masterpieces” assoluti che hanno contribuito a fare del Jazz una musica così grande.

Tutti oggi a fare un gran parlare di Coltrane e Davis, ma se io dovessi indicare oggi due jazzisti che hanno davvero contribuito a rendere il jazz una musica così originale, avanzata e diffusamente influente indicherei probabilmente i nomi di Ornette Coleman e ancor più quello di Mingus, soprattutto per come quest’ultimo ha saputo indicare la strada del difficile equilibrio da perseguire nel jazz tra parti scritte e improvvisate. Oltre alle sue note e indubbie qualità carismatiche, da leader autentico, Mingus è stato, a differenza degli altri citati, non solo uno straordinario solista e ideatore di arditi progetti musicali, ma un autentico compositore di jazz, operando con i “tools” propri del jazz, oltre a saper rendere la propria musica inconfondibile, per varietà di materiali musicali utilizzati, ispirazione, forza espressiva e cangiante dinamica. In questo senso egli è comparabile a una figura come Duke Ellington, di cui in qualche modo può esserne considerato il continuatore (e per certi versi forse a lui persino superiore). Mingus, come il Duca, possedeva una qualità che è propria dei grandi autentici del jazz, ossia una certa “trasversalità” musicale, tale da non essere identificabile mai con un preciso stile o periodo del jazz, pur contenendoli un po’ tutti. Il che, oltre a favorire l’impressione di una musica mai datata all’ascolto, e perciò in qualche modo sempre “attuale”, è conforme a quella tendenza odierna, ormai ampiamente consolidata in ambito di musiche improvvisate, circa i cosiddetti processi di “contaminazione”, di cui spesso si parla e non sempre con cognizione di causa.

Certo, si dirà, ma rispetto ai più acclamati Coltrane e Davis ha fatto meno proseliti nelle successive generazioni. Ciò è senz’altro vero, ma è anche legato al fatto che la specificità e la complessità della musica di Mingus (oltre alla sua unicità espressiva, un po’ come è accaduto per certi versi a Ellington) impediscono una facile traduzione in termini didattici e divulgativi da riversare verso le nuove generazioni di musicisti, che per lo più oggi escono dalle varie scuole e conservatori a vario titolo. Di ciò non se ne può fare di certo una colpa a Mingus, e, non a caso, oggi molti contestano l’apprendimento esclusivo del linguaggio jazzistico sistematicamente sviluppato all’interno delle scuole di jazz, con il rischio di produrre generazioni di futuri jazzisti tutti molto preparati, ma anche un po’ tutti uguali l’un con l’altro, specie sul piano espressivo. Occorre infatti non dimenticare come in passato il naturale interscambio “orale” tra musicisti, dovuto alla loro frequentazione (all’interno delle big band, o nelle jam sessions) in concreta attività musicale quotidiana, abbia nel jazz sempre avuto un ruolo automaticamente “didattico”, molto importante e persino decisivo nella “costruzione” di nuovi talenti e di un proprio stile.

Tra le tante opere registrate che potrei proporre oggi, scelgo di indicare i due album Atlantic pubblicati negli anni ’70, Changes One & Two, a mio avviso due capolavori senza tempo che contengono una sorta di lascito musicale di Mingus e che giusto qualche anno dopo ci lascerà improvvisamente (nel 1979) per una grave malattia come la SLA. Qui MIngus è accompagnato da un super gruppo di musicisti, tra cui spiccano in particolare i talenti di George Adams e Don Pullen, due grandissimi dei rispettivi strumenti che meriterebbero ben altra attenzione e una adeguata riscoperta tra gli appassionati odierni. Per quel che mi riguarda si tratta senza alcun dubbio di musica eterna.

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2 pensieri su “I “Changes” di Mingus

  1. Condivido in pieno le affermazioni espresse in questo intervento e penso che questa impostazione valga anche per altri protagonisti che hanno fatto della musica afro-americana un proprio vessillo, rendendola personalissima ma spesso poco intellegibile all’orecchio dei più, appunto perchè ricca di valori e di contenuti innovativi che hanno trovato il fruitore impreparato. Infatti le sue opere inquietanti , come lo sconvolgente ” Passion of a man ” evocava la costante lotta tra il piacere e la frustrazione, tra la vita e la morte, provocarono non pochi turbamenti negli ambienti jazzistici e professionali che lui affrontò con spavaldo coraggio mischiando musica , recitazione, teatro psicodramma, riflettendo la sua creatività sui ritratti femminili Diana , Passion of a Woman , Sue’s Changes dedicata alla moglie Susan Graham. Gli ultimi balenanti suoni del suo contrabbasso , prima che la malattia lo relegasse su di una sedia a rotelle (cui dedicò ” A chair on the sky “, ) a 56 anni il jazz perse un personaggio tra i più discussi e geniali che la vicenda afro-americana potesse offrire alla alla storia.
    Piero Terranova Jazzista e musicologo

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    1. grazie per l’intervento che condivido. Aggiungendo che un’opera sua come “Meditations on Integration” andrebbe, oltre che compresa nelle grandi opere della Musica tout court, ascoltata e riascoltata per capire cosa significhi anche solo il concetto di “urgenza espressiva” in tanto effimero ed inespressivo suonare di oggi intorno alle musiche improvvisate

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