A.E.O.C., The Way We Were…

A cavallo tra fine anni ’60 e inizio ’70 si può ben dire che l’Art Ensemble of Chicago, (composto nella sua versione stabile dell’epoca da Joseph Jarman, Roscoe Mitchell, Lester Bowie, Malachi Favors e Don Moye) fosse davvero una espressione del jazz e della musica improvvisata avanzata e creativa, concependo una proposta artistica all’interno della cosiddetta “Great Black Music” (così i membri del gruppo amavano collocare la loro proposta), assai variopinta, non solo cioè musicale, ma dai contorni visivi, quasi teatrali, caratterizzata dall’uso di costumi etnici, pitture facciali e corporee. Gran parte dei componenti erano polistrumentisti e facevano inoltre uso esteso di quelli che chiamavano piccoli strumenti, come campanelli da bicicletta, campane e una grande quantità di strumenti a percussione ricavati da ogni tipo di oggetto. Le loro performance erano dei veri e propri live act in cui ogni musicista concorreva all’esecuzione del brano portando le proprie idee, con l’aggiunta di balli, canti e la presenza scenica di variopinti costumi.

La musica del gruppo,  partendo dalle più recenti innovazioni dell’epoca introdotte dal free jazz, rileggeva e recuperava in chiave aggiornata la tradizione musicale africana-americana, esprimendosi a tratti con una energia esecutiva furente, tipica di quegli infuocati anni, ma anche alternata a momenti più “silenziosi” e meditativi, nei quali l’attenzione sulla timbrica sonora, spesso portata davvero al limite del silenzio, veniva inserita nella musica assieme ad altri “ingredienti” tradizionali del jazz.

Proprio recentemente il gruppo (o per la precisione quel che ne resta, visto che alcuni elementi fondanti e fondamentali come Lester Bowie e Malachi Favors, oltre al non più attivo Joseph Jarman, sono trapassati a miglior vita) si è esibito ancora una volta in Italia. Ora, con tutto il rispetto per il profilo artistico del gruppo, dei musicisti che ancora lo compongono e la loro storia passata, riuscire a parlare ancora di “avanguardia musicale” per la loro proposta, sostanzialmente immutata (ma inevitabilmente appassita), comincia a diventare una cosa poco seria. Semmai si dovrebbe parlare di “avanguardia storica”, ma in nessun modo musicisti ormai prossimi agli ottant’anni e questo genere di proposte possono essere considerati musicalmente “attuali”. Se anche si ammettesse che tutto questo sia ancora davvero “avanguardia” jazzistica, significherebbe allora che essa non è riuscita a fare passi avanti, imboccando un sostanziale vicolo cieco.

Per come la vedo, assistere oggi a un concerto dell’A.E.O.C. è né più né meno assistere a del revival jazzistico, non trovo reali differenze (o meglio, una differenza ci sarebbe ed è addirittura a favore del revival New Orleans, che avvenne già negli anni ’40, ossia dopo una ventina d’anni, oggi con l’A.E.O.C. si parla ormai di mezzo secolo, quindi è musica ancor più invecchiata). E’ un po’ come assistere a un concerto degli incartapecoriti Rolling Stones, o farsi una canna a 70 anni mentre si ascolta un disco di Jimi Hendrix (citazione questa suggerita da una divertente scena dal Ciclone di Leonardo Pieraccioni), nostalgici dei propri anni giovanili. Una sorta di “Come eravamo“, ma occorre rassegnarsi, la musica va avanti ed è ormai da altre parti. Peccato che certi jazzofili, ormai mestamente invecchiati, non se ne rendano conto.

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