Thomas “Fats” Waller in video

Sempre a proposito di arte, entertainment e relativo intreccio nella musica americana e nel jazz in particolare (argomento parecchio esplorato negli articoli di questa settimana) non si può non citare un musicista, pianista, organista, cantante, compositore e intrattenitore di formidabile talento quale è stato Thomas “Fats” Waller. Uno dei più grandi di quel periodo e, come tanti grandi del cosiddetto “jazz classico”, è oggi per lo più immotivatamente dimenticato da molti, direi persino troppi, sedicenti appassionati del jazz, distratti forse dall’ultimo grido (si fa per dire) in ambito di musiche improvvisate, ma non certo dimenticato dai jazzisti, specie quelli afro-americani. Non a caso e ad esempio, Jason Moran aveva prodotto tre anni fa un progetto discografico sulle sue musiche (All Rise: A Joyful Elegy for Fats Waller, per la verità non del tutto riuscito). D’altronde temi come Jitterbug Waltz, una delle primissime composizioni jazz pensate in 3/4, mantengono ancora oggi una loro modernità, tanto che menti visionarie come il compianto Eric Dolphy (il cui linguaggio è ancora oggi attualissimo), oltre a Chick CoreaGreg Osby e lo stesso Moran nel progetto citato, lo hanno ripreso.

Brutta cosa questa di scordarsi della grandezza passata del jazz (ma che, come si può notare, poi ritorna…) come se si trattasse di una musica di moda o di consumo, assecondando una mal intesa idea di “progresso musicale” che fa ritenere certa musica “superata” (?) e solo una faccenda di conoscenza storica, ma di nessun rilievo nel presente musicale.  Non c’è alcun presente e futuro senza la conoscenza del proprio passato, e questo non vale certo solo per la musica.

Come possa il jazz diventare una musica “rispettata” e “rispettabile” in ambienti accademici (come peraltro contraddittoriamente anelerebbero gli stessi fautori di tale “progresso” jazzistico) utilizzando queste modalità è un vero mistero. A nessuno in ambito accademico verrebbe da dire di non ascoltare più Mozart o Beethoven soltanto perché musica “superata”, ma col jazz questo genere di comportamenti pare ormai quasi normale.

Consoliamoci e rifacciamoci le orecchie con questo bel video che raccoglie un collage di filmati con protagonista il grande pianista di Harlem, uno dei tanti grandi afro-americani che sapevano fare arte musicale senza necessariamente prendersi sul serio, indossando necessariamente una maschera gradita alla inconsapevole società americana bianca dell’epoca.

Buon fine settimana e buon ascolto.

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