La difficoltosa vicenda artistica di Duke Jordan

Nel folto gruppo dei pianisti bop emersi a cavallo degli anni ’40 e ’50 Irving Sidney ” Duke ” Jordan (1° aprile 1922 – 8 agosto 2006) è stato forse quello meno rinomato e oggi probabilmente più trascurato. E’ di gran lunga il meno citato tra i pianisti be-bop, eppure è stato anche un considerevole compositore, basti citare un tema come Jordu, divenuto un classico tra i più battuti dopo che fu inciso dal quintetto di Max Roach & Clifford Brown nel 1955, ma non è stato comunque l’unico rilevante esempio. Jordan è stato uno dei primi pianisti a suonare in quello che fu considerato un nuovo rivoluzionario stile del jazz. Oltre al capostipite Bud Powell, egli si può infatti collocare tra i nomi di Al HaigGeorge Wallington, John Lewis e Tadd Dameron. Costoro hanno mostrato all’epoca come il pianoforte fosse più che un semplice strumento appartenente alla sezione ritmica. Tutti avevano in comune un amore per la melodia e un’estesa conoscenza dell’armonia, qualifiche necessarie per emergere come accompagnatori e solisti apprezzati dai leader delle tante formazioni alle quali hanno contribuito. È triste constatare che, ad eccezione di John Lewis (specie attraverso il suo lavoro con il Modern Jazz Quartet), nessuno di questi pianisti abbia raggiunto la fama che gli era dovuta, con una conseguente idonea rappresentazione anche su disco. Il pubblico jazz in generale tende infatti a preferire eclatanti doti virtuosistiche e di sensazionalismo ai talenti musicali autentici. Molto influenzato da Teddy Wilson, di cui è sempre stato grande ammiratore, e in parte da Art Tatum, dal punto di vista tecnico il suo tocco elegante e il suo senso della forma potrebbero farlo accomunare ad una classe di pianisti che comprenda Al Haig, Hank Jones, Billy Taylor e Ellis Larkins.

Nato a Brooklyn, New York. Jordan ha guadagnato il nomignolo “Duke” all’età di quattordici anni a causa della sua fanatica adorazione per Duke Ellington, di cui possedeva una ampia raccolta di sue registrazioni. Nel 1941 Duke si unì a un sestetto guidato da Clarke Monroe e in seguito lavorò con la band di Coleman Hawkins. Un anno con i Savoy Sultans di Al Cooper precedette un ritorno ai club di New York dove passò un po ‘di tempo nel gruppo di Jay Jay Johnson. Il chitarrista Teddy Walters ingaggiò Jordan per un lavoro con il suo Trio. Charlie Parker stava cercando in quel periodo un nuovo pianista e gli capitò di ascoltarlo con quella formazione. Lo stesso Jordan raccontò quell’evento decisivo in un’intervista:”Charlie era seduto in un tavolo davanti a noi, e l’ho sentito dire: ‘Wow, ascolta quel ragazzo’, e stava parlando di me. Poi è venuto e mi ha chiesto se volevo lavorare per lui, facendomi saltare dalla gioia“. E ancora: “Lavorare con Bird è stata una delle esperienze più straordinarie che ho vissuto. Arrivava sempre con una nuova linea musicale che mi avrebbe fatto drizzare i capelli; mi diceva: ‘se fai qualcosa al di fuori dal comune, quando tornerai a suonare avrai un pensiero diverso e verrà fuori dal suono del tuo strumento'”. Ne seguì per Jordan una imperdibile offerta di lavoro che lo portò ad un’associazione durata quasi tre anni, nella quale divenne membro regolare del quintetto dell’altosassofonista, partecipando alle celebri sessioni “Dial” di fine 1947 che produssero brani come Dewey Square, Bongo Bop, Bird of Paradise e Embraceable You. Miles Davis, che era della partita, nella sua autobiografia non nascose parole al limite dell’offesa sulle prestazioni di Jordan in quel contesto, ma Parker non si fece influenzare dal parere negativo del giovane trombettista che gli preferiva John Lewis.

Nel 1949, Jordan rifiutò l’invito di aggregarsi al quintetto di Parker nel viaggio in Europa che lo portò assieme a Davis, James Moody, Kenny Dorham, Kenny Clarke ed altri  alla fama del Festival del Jazz parigino immortalato da storici dischi, come ben sanno i jazzofili di vecchia data. Il che comportò la sua inevitabile sostituzione con Al Haig. Jordan ebbe a pentirsi di quella cattiva scelta dichiarando poi: “Il mio più grande rammarico è che ho perso la possibilità di andare in Europa con lui, poiché mi sembrò migliore l’opportunità di andare a Detroit con Paul Bascomb e, mentre io ero lì, Bird è stato invitato in Francia per il primo festival di jazz europeo”.

Successivamente a quella fondamentale esperienza, Jordan passò un po ‘di tempo con la band di Gene Ammons & Sonny Stitt, quindi, nel 1952, si unì al Quintetto di Stan Getz. Secondo il pianista Henri Renaud i nove mesi che Jordan passò con Getz (noto mangia pianisti) non furono del tutto soddisfacenti. “Stan è un uomo difficile per cui lavorare“, disse Jordan a Renaud, “raramente mi ha permesso di prendere dei soli, al contrario di Jimmy Raney, usando l’accompagnamento della chitarra contemporaneamente a quello del pianoforte”. Seguì per Jordan un periodo amaro e difficile di lavoro saltuario che proseguì quasi sino alla metà degli anni ’60, arrivando persino a dover fare il taxista a New York. Scrisse la musica per il film di Roger Vadim Les Liasons Dangereuses (che contiene il noto No Problem) per il quale addirittura non ricevette alcun compenso.

Dalla metà degli anni ’50 Jordan cominciò a sviluppare comunque  una carriera da leader in trio, compositore e solista. Proprio di questo periodo (gennaio 1954) fu inciso Jordu (sotto il titolo d Minor Escamp) assieme a Scotch Blue e Wait and See, contenuti in un album della Vogue (Duke Jordan, New York/Bud Powell, Paris) inciso proprio grazie all’amico Henri Renaud, ma il cui rilascio è stato limitato alla sola Francia e Gran Bretagna, pur essendo stato offerto all’epoca a diverse etichette americane.

Dal 1952 al 1962, Duke è stato sposato con la cantante  Sheila Jordan, la cui unione ha prodotto una figlia, Tracey J. In questo incerto periodo professionale e dopo aver inciso sia come sideman (in particolare con il quintetto di Art Farmer e Gigi Gryce in quella che è probabilmente la migliore sessione del gruppo), sia in alcune prime registrazioni a suo nome, Jordan riuscì nel 1960 a produrre per Blue Note forse la sua registrazione più nota ed importante – Flight to Jordan – (un album in quintetto con Stanley Turrentine, Dizzy Reece, Reggie Workman e Art Taylor). Tutte e sei le composizioni del disco derivano dalla mente fertile del pianista e in questa registrazione le sue capacità compositive si dimostrano eccezionali. In seguito fece alcuni viaggi in Europa, decidendosi alla fine a trasferirsi in Danimarca, in modo permanente solo dal 1978. Qui, grazie a Nils Winther, proprietario sensibile e attento della Steeplechase, riuscì finalmente a incidere, nel periodo dal 1973 al 1985, una serie di ben 24 registrazioni per l’etichetta, facendosi anche conoscere in tournée concertistiche per l’Europa e il Giappone sin quasi alla sua morte, avvenuta nel 2006 a Valby, Copenhagen.

Circa il trasferimento di Jordan in Danimarca, il batterista Ed Thigpen ebbe a sottolineare che si doveva tenere conto del difficile contesto di vita vissuto da Jordan a New York e di come fosse invece trattato con rispetto in Europa. Anche se la vita di Jordan è stata piena di angoscia e amarezze, egli non ha permesso che l’autocommiserazione o la rabbia penetrassero nella sua musica.

Porto qui all’attenzione alcuni esempi musicali della sua non trascurabile arte. Buon ascolto.

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