C’è modo e modo di suonare I Got Rhythm

I Got Rhythm, composto da George & Ira Gershwin nel 1930, è probabilmente uno dei brani più sfruttati, più che propriamente suonati, della storia del jazz, nel senso che la sua progressione armonica è stata utilizzata (e adattata), specie negli anni del be-bop, per costruire decine e decine di nuovi temi, facendo improvvisare pressoché tutti i jazzisti del mondo, già affermati o alle prime armi, sui cosiddetti “rhythm changes”. Una vera e propria palestra universale di improvvisazione a disposizione dei jazzisti, frequentata per decenni pressoché quotidianamente, forse solo assieme al blues.

Va notato che  i “rhythm changes” si sono evoluti in una progressione armonica che non era esattamente quella di Gershwin. Come spesso è successo con altre canzoni, i musicisti jazz hanno modificato la progressione, riducendola ad un quadro armonico più adatto all’improvvisazione. Sicché, quella che era una canzone di struttura A1A1BA2 (con l’estensione finale di due battute, normalmente omesse nel jazz) è stata modificata in un classico e sostanziale AABA a 32 battute, con eventuali sostituzioni accordali nella progressione armonica. Ne sa qualcosa, solo ad esempio, Charlie Parker: da quel tema egli ha infatti derivato nuove composizioni come Red Cross, Anthropology, Moose The Mooche, Steeplechase, Constellation, Chasin’ The Bird, Dexterity, Passport, ma sono centinaia i brani che devono la loro origine a I Got Rhythm, composti dai maggiori jazzisti della storia, tra cui giganti come Duke Ellington (Cotton Tail), Lester Young (Lester Leaps In), Dizzy Gillespie (Salt Peanuts), Thelonious Monk (Rhythm a Ning), Bud Powell (Webb City), che peraltro in molti casi ne hanno fatto un uso compositivo multiplo.

La canzone in sé gode comunque anche di versioni relativamente più fedeli, per quanto non sia uno dei brani più battuti nell’ambito degli standard del jazz. Una di quelle che più mi hanno attizzato, e ancora mi attizzano, è quella prodotta da Bob Brookmeyer, straordinario improvvisatore carico di swing e specialista del trombone a pistoni e che sto per proporvi all’attenzione. La traccia è tratta da un suo magnifico disco in quartetto registrato per la Verve di Norman Granz di inizio anni ’60, intitolato The Blues Hot and Cold e che comprende il mai abbastanza lodato pianista e compositore Jimmy Rowles nella sezione ritmica.

Giusto nell’articolo di ieri, citavo dei jazzisti di formazione e attività musicale completa come Bill Holman, Frank Foster e Thad Jones a cui potrei tranquillamente aggiungere oggi, per le stesse caratteristiche, Bob Brookmeyer. Musicisti di prima grandezza sempre un po’ inspiegabilmente trascurati dai più, rispetto ai soliti inflazionati nomi, ma che in poco o nulla possono essere ritenuti inferiori.

Buon ascolto del grande Brookmeyer.

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