Spaghetti, pizza, mandolino…e jazz

Mi dispiace notare come in questo sempre più strampalato paese si continuino a divulgare con insistenza degna di miglior causa delle autentiche cialtronerie sulla nascita del jazz, oltretutto avvallate da un implicito silenzio da parte di chi sa bene come stanno le cose ma per evidente convenienza fa finta di niente. In fondo la farlocca narrazione della presunta paternità del jazz da parte italiana (anzi più precisamente siciliana) sta bene un po’ a tutti, operatori nazionali del settore compresi, tradendo una miopia che si rifiuta di prendere atto che del jazz ormai importa sempre a meno persone e riduce sempre più i ranghi del pubblico dei possibili fruitori, alle prese con frequenti proposte concertistiche mediocri, al di là delle classificazioni e delle improbabili disquisizioni sulla proprietà del “brand” . Si parla in questo 2017 di presunti centenari del jazz, fatti coincidere bellamente addirittura con quello del jazz italiano, che un secolo fa non sapeva nemmeno il significato di quella parola.

La mistificazione di certi scritti è ormai oltre la soglia della tollerabilità per come si abusa della intelligenza del lettore.  A parte il chiaro tentativo comunicativo di far coincidere presunti centenari del jazz con fantomatici centenari del jazz italiano, in realtà non c’è alcun centenario da festeggiare, né per il jazz né tanto meno per il jazz italiano, che nel 1917 non suonava nemmeno “faccetta nera”. Far coincidere con l’uscita di un disco di Nick la Rocca, noto razzista descritto già da Joachim-Ernst Berendt nel suo libro del jazz poco più di un trombettista da circo e che comunque nella storia del jazz non rappresenta nemmeno l’essere un personaggio minore, non ha alcun senso. A parte il fatto che il jazz aveva già dato segni della sua esistenza prima di una registrazione in sala d’incisione (dove notoriamente ai neri era negato l’accesso), ridurre certi complessi processi linguistici come la formazione del linguaggio jazzistico, la cui datazione è pressoché impossibile da dare, è frutto di narrazioni semplicistiche e incolte da album a fumetti. Si tratta in realtà di materia che non può né merita di essere ridotta al folklorismo revisionista di un nazionalismo revanscista e volgare come quello che da tempo purtroppo circola in questo degradato paese anche in diversi altri ambiti, utilizzando una retorica che dai tempi del Ventennio non si vedeva. Fra l’altro confondere italiano con italo-americano, magari da generazioni in America, è un’altra implicita fesseria che viene fatta circolare. Prendo in ogni caso atto che d’ora in poi all’estero quando si descriverà negli stereotipi l’italiano a “spaghetti, pizza e mandolino”, si dovrà aggiungere “creatore del jazz”. Ma questi, come direbbe Renzi,  sono discorsi disfattisti da “gufi”. W la Patria!

A proposito, cosa ci fanno tutti questi “negri”in questo filmato sulla storia del jazz? Ah già, sono stati gli italiani a insegnarglielo…

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