La potenza espressiva del blues

Si, lo so, sull’argomento blues insisto periodicamente su questo blog da tempo, ma non passa giorno che non abbia conferma della sua forza comunicativa e del perché esso costituisca ancora oggi una colonna portante del jazz, ma anche oltre il jazz.

Qualche giorno fa ascoltavo un programma in una tv locale nel quale si affermava, dopo aver proposto contraddittoriamente una dozzina di filmati, quasi tutti di grandi jazzisti americani, che il jazz da circa un ventennio è diventato sostanzialmente cosa europea e degli improvvisatori europei. Una facezia tra le tante che si raccontano da tempo priva di concrete basi e che evidentemente, a forza di ripeterla, comincia pure a diffondersi. A parte il fatto che il jazz europeo nei decenni precedenti è stato forse anche più interessante e valido di quello attuale, occorrerebbe ad esempio domandarsi se lo stesso ha saputo ad oggi proporre qualcosa di così innovativo, di paragonabile forza e pervasività del blues (lasciando perdere anche altre pur importanti considerazioni aggiuntive). Se qualcuno vi vuol far credere che il blues ormai faccia parte del passato musicale e che il contributo degli afro-americani al jazz sia ormai solo uno tra i tanti e che la musica improvvisata oggi vada ben oltre tale contributo, non credetegli più di tanto. Sono fondamentalmente balle. Lo dico senza mezzi termini, una forma di tendenziosa propaganda che ha mire ben precise, ben poco artistiche e men che meno culturali, priva di fondamento e che, sotto sotto, mira a minimizzare il contributo africano-americano alla formazione del linguaggio del jazz.

Il blues (insieme ad una nuova concezione nell’uso del ritmo) ha influenzato gran parte della musica del Novecento, e la sua onda lunga di influenza prosegue ancora, nonostante tutti i mutamenti sociali e culturali in corso anche nella comunità afro-americana odierna. Certo, poi dipende da chi prende in mano quella forma musicale e per farne cosa. Per come la vedo suonare un blues è per un jazzista una sorta di “cartina di tornasole” circa le proprie capacità espressive e creative in improvvisazione, perché il blues prima ancora che una forma (peraltro semplicissima) è un modo di esprimersi e di sentire, un cosiddetto “feeling”. Se qualcuno vi racconta che termini come questo sono soggettivi, ossia musicalmente poco utili all’analisi e quindi poco significativi, anche qui, non dategli retta, ché di jazz e della cultura che gli sta attorno ci ha capito poco, poiché in esso i contenuti espressivi sono inseparabili dal resto e di pari importanza.

La proposizione di questo scritto mi è venuta proprio ieri, riascoltando un disco pregno di blues feeling, di una forza e una bellezza strepitosa, come Gene Harris Trio Plus One, inciso live nel 1985 per la Concord, con la presenza di un campione dell’improvvisazione su blues nel jazz quale è stato Stanley Turrentine. Un disco che non possedevo e che mi è stato fornito dal direttore di Musica Jazz, Luca Conti, ad inizio anno, per poter completare un mio lungo articolo sul tenorsassofonista di Pittsburgh, pubblicato sul numero di aprile della rivista di quest’anno. Vi propongo un brano di quel disco, l’unico che ho rintracciato, dove, partendo da un canonico blues, Turrentine e Harris riescono a dare il loro meglio e sfornare un pezzo di valore assoluto, nonostante la semplicità del tema utilizzato. Non c’è routine, ma, al contrario, una forza e una sincerità espressiva quasi incontenibili.

Analogamente, aggiungo un altro blues molto efficace, suonato stavolta da Dewey Redman in un suo disco registrato nel 1973 per Impulse! nel periodo in cui stava col “quartetto americano” di Keith Jarrett. Stiamo parlando di un “colemaniano” convinto, campione del Free del periodo e che certo non si dimenticava per questo del blues e delle sue radici. Il brano si intitola Boody ed è di altrettanta efficacia di quello di Turrentine.

ascoltare per credere.

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