L’eloquenza sonora del “Kenton Sound”

Nonostante oggi sia quasi dimenticato (anche a causa del diradarsi delle occasioni per sentire oggi del jazz orchestrale in concerto) e sia stato più volte bistrattato nel corso dei decenni dalla critica, Stanley Newcomb Kenton (Wichita, 11 dicembre 1911 – Los Angeles, 25 agosto 1979) è comunque da considerare tra le grandi figure che hanno saputo segnare la storia del jazz per big band. La sua orchestra, caratterizzata da un suono quasi inconfondibile (il cosiddetto “Kenton sound”) squillante fino all’eccesso e opulento nella strumentazione, specie per quel che concerne la sezione ottoni, sapeva in realtà essere sapiente e seducente, anche grazie alla collaborazione di diversi grandi arrangiatori che ha avuto alle sue dipendenze nel corso dei decenni, quali: Pete RugoloLennie NiehausGene Roland, Gerry Mulligan, Bill HolmanBill Russo, Johnny Richards e lo sperimentatore Bob Graettinger. Senza contare che nelle sue fila hanno militato molti dei jazzisti bianchi che si sono poi saputi affermare nel jazz come grandi solisti e strumentisti: Art Pepper, Lee Konitz, Lennie Niehaus, Bus Shank, Gabe Baltazar tra i contraltisti, Vido Musso, Bill Holman, Bob Cooper, Richie Kamuca, Bill Perkins tra i tenorsassofonisti; Shorty Rogers, Maynard Ferguson, Conte Candoli, Al Porcino tra i trombettisti; Milt Bernhart, Eddie Bert, Frank Rosolino, Kai Winding Carl Fontana tra i trombonisti; Laurindo Almeida e Sal Salvador tra i chitarristi; Eddie Safransky e Don Bagley tra i bassisti, Shelly Manne e Stan Levey tra i batteristi.

Kenton è sempre stato descritto come un reazionario bianco dal punto di vista delle idee politiche e accusato pure di razzismo da parte della critica (celebre la sua polemica pubblica con Leonard Feather, in proposito, ma difeso da Nat Hentoff, che su Down Beat aveva di lui scritto: “Stan è libero da ogni pregiudizio di ogni tipo, come ogni uomo che io conosco“), poiché scarseggiavano nella sua orchestra orchestrali afro-americani, ma le sue idee in ambito musicale furono assai ardite e sperimentali, anche se un po’ troppo strombazzate, con utilizzo di etichette altisonanti un tantino pretenziose in termini di supposta innovazione. Denominazioni come Artistry in Rhythm, Innovations in Modern Music, Contemporary Concepts, che venivano associate alle varie edizioni della sua orchestra, o ai titoli di suoi album, risultavano un po’ esagerate, ma in ogni caso indicavano sempre il suo sincero sforzo di gettare un ponte tra il jazz e altre culture musicali: la musica colta classica e contemporanea, la musica latina e in particolare afro-cubana, di cui può essere considerato uno dei pionieri dei relativi processi di commistione linguistica.

Kenton fu un direttore d’orchestra dalla disciplina ferrea, che richiedeva strumentisti di grande talento e preparazione. I componenti delle sue orchestre erano normalmente solisti di prim’ordine, o come accennato, si rivelarono poi tali. Resta di lui e della sua orchestra una grande e imponente discografia assai più varia ed interessante di quanto non si sia detto in passato. L’ultimo suo esperimento di rilievo fu la sua orchestra mellofonica nel periodo 1960-1963. Nonostante le difficoltà nel mantenere i 4 mellofoni in intonazione (che formavano una sezione propria e separata), questa particolare orchestra ebbe i suoi momenti esaltanti. Dal 1963 in poi, la sua orchestra iniziò a essere composta da giovani musicisti al posto di solisti affermati. Gli arrangiamenti continuavano a essere intricati e complessi, ma dopo il distacco da Gabe Baltazar (contraltista che meriterebbe una riscoperta) nel 1965, Kenton non riuscì più a formare nuovi allievi di gran livello, come in passato, con l’eccezione del batterista Peter Erskine e del trombettista Tim Hagans. Kenton iniziò a rivolgere molto del suo tempo alla didattica, conducendo un gran numero di clinics e rendendo disponibili alle orchestre dei college e delle università le sue composizioni. Kenton continuò a dirigere e far concerti con la sua big band fino alla morte, avvenuta nel 1979.

Senza dubbio la musica di Kenton si differenzia parecchio a livello di scelte dai riferimenti del jazz classico per big band, ossia quelli di Duke Ellington, Count Basie, Lionel Hampton, piuttosto che Woody Herman. Un elemento che contraddistinse il sound di Kenton in molte sue registrazioni, fu l’accostamento di veri e propri muri sonori di fiati (trombe, tromboni), spinti al massimo, talvolta alla dissonanza, anche su temi e melodie tranquille, ma l’imprevedibilità fu sempre un elemento percepibile nelle sue scelte, tant’è che in molti suoi brani spesso non si è  in grado di capire cosa accadrà dopo. Nonostante il suo girovagare tra idee musicali molto diverse tra loro, anche molto distanti dal jazz solitamente inteso (si pensi a dischi come City of Glass, in cui si lanciò in procedure da musica contemporanea con le sperimentali, quasi velleitarie, idee del suo arrangiatore Bob Graettinger), nella sua musica è sempre stata presente una notevole attenzione allo swing jazzistico, all’improvvisazione e agli aspetti della elaborazione ritmica, che nel jazz sono sempre stati peculiari e distintivi.

Ne porto qui alcuni esempi tratti sia dalla sua discografia, sia da un bel video che ho rintracciato in rete, ma nella sua ampia discografia c’è molto altro da ascoltare e riascoltare con la giusta attenzione. Buon ascolto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...