Clifford Jordan suona “John Coltrane”

Ho sempre preso con circospezione gli scritti e la letteratura intorno alle icone e ai miti del jazz, perché spesso conditi da una aneddotica tendente alla favola, da valutazioni sulla musica che sfiorano il fanatismo piuttosto che l’equilibrio critico, oltre ad osservare una certa tendenza a “tirare per la giacchetta”, per così dire, la relativa opera prodotta assecondando i gusti e le passioni dell’autore di turno di certi scritti. A rafforzare il mito ben oltre il mero fatto musicale, contribuisce spesso la morte in giovane età dell’artista in questione, specie se avvenuta in circostanze tragiche.

In questo mese di luglio 2017, si è celebrato il cinquantesimo anniversario dalla morte di un mito del jazz e del sassofonismo quale è stato John Coltrane e gli scritti, come era prevedibile, si sono sprecati, sciorinando (purtroppo), il solito campionario di cliché e stereotipi sull’artista: la svolta free, il campione del free e dell’avanguardia, lo spiritualismo, i suoi assoli senza soluzione di continuità etc.etc. Insomma, scritti che potevano essere stati concepiti all’epoca della sua morte (o trent’anni fa, piuttosto che venti, o dieci) per come non aggiungano nulla a quanto già non si sapesse, o che contengano un minimo di analisi critica che valuti meglio l’influenza sul jazz aggiornata alla nostra contemporaneità.

Nella circostanza, personalmente non ho qui la pretesa di lanciarmi in analisi critiche che non si possono certo liquidare in poche righe, ma provo a porre delle questioni o fare alcune considerazioni personali da prendere come spunti di eventuale riflessione per chi avesse la bontà di leggermi:

  • a distanza di 50 anni, quale è il peso effettivo e quanto è ancora percepibile l’onda lunga dell’influenza di Coltrane sul jazz e gli improvvisatori di oggi, anche in relazione al contributo fondamentale dato da altri protagonisti suoi contemporanei come, ad esempio, Miles Davis, Ornette Coleman o Eric Dolphy?
  • Qual è il suo peso sul tenorsassofonismo odierno e sulle relative giovani leve sassofonistiche, rispetto a quello esercitato da sassofonisti a lui antecedenti (es: Coleman Hawkins, Lester Young, Ben Webster, Don Byas, Lucky Thompson etc.), o venuti dopo di lui (es: Albert Ayler, Joe Henderson, Wayne Shorter, o Michael Brecker)?
  • il fenomeno del cosiddetto “coltranismo” e del post-coltranismo, che ha prodotto parecchi proseliti e continuatori, si è da tempo esaurito, o è ancora oggi ben presente tra gli improvvisatori?
  • da più parti ho letto che l’ultimo periodo del sassofonista di Hamlet (quello post A Love Supreme, per intenderci) sarebbe stato per lo più sottostimato o trascurato dai più, essendo non meno influente del precedente. Stanno così realmente le cose?

Naturalmente ho delle mie opinioni articolate al riguardo che, ripeto, nella circostanza non ritengo essere qui la sede adeguata per svilupparle, ma mi piacerebbe conoscere il pensiero di altri in merito, cercando appunto di separare il più possibile il mito dal musicista e la sua opera.

Posso solo osservare che l’attento ascolto di ciò che hanno prodotto i musicisti e i colleghi sassofonisti dopo la sua morte potrebbe suggerire parecchie risposte. In linea di massima, diffido dei dischi dedica (e nel caso di Coltrane davvero si sono sprecati e si sprecano) in cui si riprendono i cavalli di battaglia dell’artista oggetto di attenzione, a volte trattati in modo poi non così ispirato ed interessante come forse vorrebbero le case discografiche impegnate a sfruttare il relativo business. Preferisco i lavori che semplicemente si ispirano o prendono spunto dall’opera dell’artista in gioco producendo qualcosa di più originale. Esiste però anche un altro modo per dedicare, o ispirarsi al musicista. Uno di questi modi, davvero originale, l’ha trovato Clifford Jordan, che, nel suo disco (altamente consigliabile) Glass Bead Games- Strata East uscito nel 1974, interpretò da par suo una bella composizione in tempo ternario (guarda caso quello di My Favorite Things. E’ un caso o è un indizio?) letteralmente chiamata “John Coltrane“. Una dedica a mio avviso davvero riuscita, di cui vi propongo qui sotto l’ascolto.

La formazione degli esecutori è (ovviamente) un quartetto, composto oltre che da Jordan al tenore, nientemeno che da Stanley Cowell in persona al piano, Bill Lee al contrabbasso (che è il compositore assieme a Clifton Lee) e Billy Higgins alla batteria.

 

3 pensieri su “Clifford Jordan suona “John Coltrane”

  1. Come dice giustamente Riccardo Facchi, esprimere un giudizio sostenibile e di senso compiuto sull’ opera di John Coltrane richiede molto più spazio di quello che ragionevolmente ci si può prendere in questa sede. Mi limiterò a concordare il giudizio sul disco di Clifford Jordan, che possiedo e periodicamente ascolto con soddisfazione. Si tratta di un ottimo contributo discografico che conferma la statura del suo intestatario e la sua capacità/volontà di evolversi ed andare oltre senza, però, dimenticare la propria storia. Accanto a lui un pianista secondo me molto importante e tuttora molto attivo che, insieme al trombettista Charles Tolliver, fondò la Strata East titolare di questa edizione e di molti altri dischi molto belli ed importanti. Ogni disco di tale etichetta non fu mai meno che eccellente e la reperibilità non è facile, ma ancora possibile. Tornando all’ incisione in oggetto, la caratteristica principale è la coesistenza dell’ arte di Jordan con lo spirito di Coltrane, elementi non facili da fondere, ma qui fusi in un equilibrio invidiabile.

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