Shepp, Hutcherson e la New Thing a Newport

Il Newport Jazz Festival è un festival musicale che si tiene dal 1954 ad agosto nell’esclusiva località balneare statunitense di Newport (Rhode Island). Fu istituito per volere della locale benestante Elaine Lorillard che, insieme al marito Louis Lorillard, finanziò a lungo la manifestazione. L’organizzazione della prima edizione fu affidata al noto impresario di jazz George Wein, che mantenne l’incarico per molti anni. Il festival fu trasferito a New York nel 1972, ma dal 1981 si tiene nuovamente a Newport.

In quella bella località balneare americana sono passati tutti i più grandi jazzisti e le maggiori novità musicali che mano a mano la scena jazz era in grado di proporre, oltre al fatto che sono documentati in discografia diversi eventi fondamentali del percorso storico del jazz lì accaduti, tra cui le esibizioni dell’orchestra di Duke Ellington nel 1956, quelle del sestetto di Miles Davis e della band di Ray Charles nel 1958, oltre a quella del quartetto di John Coltrane, nel 1963. Esiste, come noto a molti appassionati, un bel filmato sul festival (se non erro, edizione 1958), Jazz On A Summer’s Day che ben documenta oltre ad alcuni stralci delle esibizioni sulla scena degli artisti invitati, anche l’atmosfera che si respirava in quella sorta di kermesse concertistica tra un pubblico estremamente variegato nella sua composizione.

Nel 1965 il festival diede spazio anche ad alcuni dei protagonisti della cosiddetta New Thing, ossia di quel movimento legato all’emergente Free Jazz (free form, o informale, o free improvisation che dir si voglia) fortemente legato alle tematiche di protesta in riferimento alle battaglie sociali e politiche per l’ottenimento dei diritti civili da parte della comunità afro-americana. Le esibizioni dei quartetti di John Coltrane e di Archie Shepp furono parzialmente documentate in un bell’album pubblicato per la Impulse! e intitolato per l’appunto New Thing At Newport.

Al di là dell’ottima esibizione della band di Coltrane, ma in qualche modo conforme alle aspettative, fu quella di Archie Shepp a colpire profondamente, per la tensione espressiva e fortemente drammatica con la quale venne presentata la musica. Come noto Shepp aveva maturato anche delle buone esperienze in campo teatrale, in grado di essere adeguatamente trasferite in ambito musicale, per poter meglio comunicare in musica certe istanze di protesta relative alla battaglia per i diritti civili in corso nel periodo negli U.S.A.  Il quartetto con il quale l’allora giovane sassofonista si presentò sul palco di Newport era completato da altri giovani emergenti talenti, come Bobby Hutcherson al vibrafono e Joe Chambers alla batteria, oltre a Barre Phillips al contrabbasso.

Pur essendo stato lanciato dallo stesso Coltrane, in realtà il tenorsassofonismo di Shepp si agganciava più a quello della profonda tradizione africana-americana, non solo del jazz, e i suoi riferimenti risalivano più ai modelli prossimi a un Ben Webster e ai sassofonisti del periodo classico, derivati dal capostipite Coleman Hawkins, che facevano largo uso di quegli elementi espressivi, quali glissati, soffiati, grugniti e fischi che facevano capo ai sassofonisti del R&B e ai cosiddetti “honkers” e che erano adattissimi agli scopi comunicativi del sassofonista di Fort Lauderdale. Shepp era noto infatti per le sue posizioni ideologiche afrocentriche all’interno del movimento della New Thing e per la sua profonda conoscenza e radicamento nella tradizione musicale africana-americana. Non dovrebbe perciò sorprendere come nel prosieguo della sua carriera abbia voluto rileggere e riprendere la musica della tradizione jazzistica pre-free, come invece è in parte successo da noi, dove tale operazione è stata letta con improprio filtro ideologico, come un arretramento dell’artista verso posizioni più tradizionaliste e conservatrici, utilizzando la solita distorcente lettura della tradizione storica del jazz che vede ancora oggi il periodo del Free e del post-Free come un evento di rottura traumatica e definitiva dalla tradizione jazzistica antecedente. Se argomenti del genere possono essere utilizzati per interpretare l’evoluzione della cosiddetta “musica liberamente improvvisata” di scuola europea emersa nei decenni successivi, non così si può dire dei coevi musicisti afro-americani emersi dopo quel periodo e collocati per lo più nello stesso ambito espressivo, i quali in realtà non hanno mai abbandonato e rifiutato nulla della loro tradizione culturale.

A tal proposito e per inciso, è comunque davvero sorprendente constatare come una esperienza musicale così storicizzata e sostanzialmente superata come questa (avendo ormai superato il mezzo secolo di vita), venga ancora oggi identificata con lo stereotipato appellativo di “avanguardia”. Un’autentica contraddizione storica di termini, che è a mio avviso un significativo indice dell’attuale stato di stagnazione argomentale della narrazione intorno al jazz e di un sostanziale rifiuto mentale a voler guardare alle articolate direzioni, forse non gradite, intraprese dal jazz contemporaneo.

Al di là della notazione polemica, sta di fatto che il valore artistico e musicale, oltre alla sincera urgenza espressiva, di brani come quello che sto per proporvi dall’esibizione di Newport di Shepp e compagni siano ancora oggi perfettamente percepibili, in maniera tale da far risultare quel concerto tra i momenti più alti di quella ardita e articolata fase musicale emersa in quei agitati e creativi anni ’60.

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