Un capolavoro di Shorter

The Soothsayer è un album di Wayne Shorter della splendida serie da lui prodotta per la Blue Note registrato nel marzo del 1965, ma rimasto inedito sino alla fine degli anni ’70. Dovrei forse aggiungere l’avverbio “inspiegabilmente”, perché oggi un album di quel livello andrebbe pubblicato di corsa, ma, in realtà, la cosa è invece spiegabilissima col fatto che in quel periodo sia Shorter, sia il jazz in generale, godevano di un periodo di grande e prolifica creatività, specie tra i tenorsassofonisti (basterebbe citare la produzione del periodo di John Coltrane, Sonny Rollins e Joe Henderson, oltre a quella di Shorter) e quindi le case discografiche non ambivano certo ad ingolfare il mercato con incisioni fatte a raffica, seppur di grandissimo livello.

Questo disco aveva in effetti pochissimo da invidiare ad altri appena pubblicati, come Night Dreamer (aprile ’64), Speak No Evil (del dicembre ’64) – citando solo quelli in quintetto- e comunque era in linea con l’idea sviluppata in quelli, pur estendendosi in sestetto per la presenza James Spaulding, un eccellente, sottostimato, contraltista dal timbro pressoché inconfondibile, probabilmente proposto da Freddie Hubbard (già presente in Speak no Evil e compagno di Shorter nella front line dei Jazz Messengers di Art Blakey), con cui stava nel periodo condividendo diverse esperienze. L’idea era quella di un hard-bop più sofisticato rispetto a quello più “divulgativo” dei Jazz Messengers, comprensivo delle più recenti istanze innovative legate in particolare al jazz modale e alla recente “libera” esperienza col quintetto di Miles Davis, di cui Shorter faceva parte in pianta stabile dalla tarda estate del 1964. Il tutto però sotto la sua inconfondibile firma di originale e raffinatissimo compositore (indiscutibilmente tra i più grandi del jazz moderno) in grado di dare una chiara impronta alla musica.

Per questo inizio settimana voglio proporre la traccia d’apertura del disco che si presta a diversi spunti critici. Si tratta di Lost, un brano a mio avviso significativo di come si possa risultare sofisticati ed innovativi pur rimanendo legati in modo continuo con la consolidata tradizione dalla quale si proviene. Dal punto di vista formale, la composizione è infatti ancora legata alla forma canzone, con un tema sviluppato sulla classica e semplicissima struttura AABA in 32 battute, sviluppata in tempo ternario su una sequenza armonica estremamente elastica e adatta all’improvvisazione di maestri dei loro strumenti come quelli componenti la band in questione, completata da una ritmica da urlo: sostanzialmente quella di Davis del periodo, con la presenza di Mc Coy Tyner al posto di Herbie Hancock, in grado di caratterizzare al massimo la musica e di sostenere al meglio e nel modo voluto dal leader i solisti.

Ne esce un capolavoro esecutivo nel quale brilla in particolare Freddie Hubbard con un assolo di una bellezza e di una chiarezza di idee davvero impressionate nella sua conduzione. Un aspetto questo che dovrebbe far sorgere qualche dubbio a chi oggi ritiene indispensabile la presenza nel jazz di una ricercata complessità formale per raggiungere alti livelli qualitativi e di creatività sia in termini di composizione che di improvvisazione. Brani come questo sembrano dimostrare l’esatto contrario, peraltro perfettamente in linea con la grande tradizione storica della discografia jazz. Non sempre infatti la complessità formale porta alla produzione di una musica (specie se fortemente improvvisata) di livello musicale ed artistico superiore. In sé la complessità non è necessariamente un valore. Dipende cosa se ne fa e come la si utilizza. Viceversa, non si può liquidare pregiudizialmente nel jazz una musica improvvisata costruita su semplici strutture, come musica ormai superata, già sentita, o altro di peggio, come sempre più spesso ci capita di leggere. Per quel che mi riguarda sono per lo più fesserie con l’implicita pretesa di risultare cose molto argute e intelligenti.

Ascoltare qui per credere.

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