Frank Rosolino e i jazzisti italo-americani

Una delle cose più divertenti (o tristi, dipende dai punti di vista) della sempre più fantasiosa narrazione sul jazz degli ultimi anni in Italia è osservare come si perda tempo a strombazzare la preponderanza del contributo italiano alla nascita del jazz, puntando tra l’altro su figure come Nick La Rocca che, mi si permetta la volgarità, sono state delle autentiche “mezze pippe” pressoché insignificanti sul piano del contributo musicale ed artistico, piuttosto che sottolineare l’apporto davvero rilevante di molti jazzisti di origine italiana di ben altro valore e di cui è disseminata la storia del jazz.

Peraltro bisognerebbe una buona volta chiarire che cercare di descrivere un complesso e articolato processo linguistico (non lineare), come è stato quello relativo alla formazione del jazz, come una semplice somma di singoli contributi “etnici” presi separatamente, è un errore metodologico talmente grossolano ed evidente, specie nei tanto dichiarati “termini scientifici”, da non dover essere preso così sul serio come invece purtroppo si constata. Inoltre ci sarebbe banalmente da osservare che sul piano culturale non si potrebbero confondere tra loro “italiani” e “italo-americani”, specie se questi ultimi sono magari negli U.S.A. da generazioni. La cosa varrebbe a maggior ragione per un afro-americano, che è americano a tutti gli effetti ormai da secoli e non un africano. Credo che se si andasse a chiedere a uno di loro se si sente un africano credo che in tutta risposta riceveremmo un bel: “Io sono un americano”. Il che sarebbe oltretutto molto logico, ma tant’è, in Italia ormai il livello di baggianate (non solo sul jazz) fatte passare per cose serie ha superato così spesso e da tempo gli argini, che si fa grande fatica a scindere il buono dal gramo nell’informazione pubblica, in un mix sempre più demenziale e pericoloso che ci porta facilmente a dar retta più ai cialtroni che alle persone serie. D’altronde basterebbe dare uno sguardo alla nostra attuale rappresentanza politica per averne un riscontro diretto.

Comunque, e al di là delle polemiche, è indubbio che gli italo-americani (e non gli italiani…) abbiano dato un loro importante contributo al jazz. Tra i tanti che si potrebbero citare c’è stato sicuramente Frank Rosolino (Detroit, 20 agosto 1926 – Los Angeles, 26 novembre 1978), un fior di trombonista dal vissuto travagliato con finale tragico, ma tra i migliori in assoluto del jazz moderno.

Rosolino iniziò lo studio della chitarra sotto la guida di suo padre già all’età di nove anni. A quattordici intraprese lo studio del trombone, diplomandosi alla Miller High School. Arruolato nell’esercito americano durante la seconda guerra mondiale, al ritorno suonò con le orchestre di Bob Chester, Glen Gray, Tony Pastor, Herbie Fields, e Gene Krupa  ma anche con giovani musicisti emergenti prossimi protagonisti del jazz moderno come Kenny Burrell, Paul Chambers, Tommy Flanagan e i fratelli Jones. Ha potuto suonare persino con Charlie Parker, al Three Deuces sulla Cinquantaduesima strada di New York City. Dal 1952 al 1954 fu ingaggiato nell’orchestra di Stan Kenton, facendo così emergere il suo nome tra gli appassionati. Successivamente si stabilì a Los Angeles, dove lavorò con molti grandi jazzisti della West Coast, tra cui quelli della Howard Rumsey’s Lighthouse All-Stars, Terry Gibbs, Shorty Rogers, Benny Carter, Buddy Rich, Dexter Gordon, Carl Fontana (con il quale fece coppia più avanti per lungo tempo producendo una serie di magnifiche registrazioni), Stan Levey, Shelly Manne, Conte Candoli, Marty Paich, Zoot Sims.

Durante gli anni ’60 e ’70, Rosolino fu attivo in molti studi di registrazione di Los Angeles dove si esibì con stelle del canto come Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Tony Bennett, Peggy Lee, Mel Tormé, e grandi arrangiatori e big band leader come Michel Legrand e Quincy Jones. Fu regolare presenza negli anni ’60 nel programma tv “The Steve Allen Show” e  artista ospite in “The Tonight Show” e “The Merv Griffin Show”. Rosolino è stato anche un vocalist di talento, noto per la sua forma selvaggia di canto-scat . Registrò Turn Me Loose!, che lo vide in entrambi i ruoli di vocalist e trombonista. E’ stato diverse volte anche nel nostro paese, ospite di concerti e jam session con jazzisti italiani.

La tragedia della sua esistenza purtroppo si manifestò nella sua crudezza quando la sua terza moglie, madre dei suoi due figli, si suicidò nel febbraio del 1972 a Los Angeles. Nel novembre del 1978 a Van Nuys, California, anch’egli si suicidò dopo avere sparato ad entrambi i figli, Justin di 9 anni, e Jason di 7. Jason perse la vista, ma sopravvisse e fu adottato dalla cugina della madre, Claudia Eien e da suo marito Gary.

Propongo la visione di un bel filmato del 1962 in cui si possono apprezzare tutte le sue qualità di splendido strumentista e improvvisatore.

Buon ascolto.

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