Il magistero incompreso di Paul Desmond e Dave Brubeck

Più volte ho fatto presente su queste colonne come negli anni ’70 la critica nostrana si sia “divertita” a confezionare gratuite stroncature verso jazzisti di livello superiore, solo perché essi non rientravano in un concetto di “artisticità” nel jazz preconfezionato e alla fine pure sterotipato, seguendo uno schema critico caratterizzato più da valutazioni socio-politiche (peraltro quasi sempre fuori contesto) che musicali. In questo senso, da noi ha sempre giocato il ruolo di elemento negativo a prescindere il successo e il riscontro ottenuto a livello discografico e di pubblico.

Sostanzialmente in quegli anni un jazzista doveva forzatamente aderire ai modelli della cosiddetta “avant-garde” per essere considerato un vero artista. Occorreva cioè suonare come Coltrane o Coleman, per intenderci, ma, per dirla con Dan Morgenstern, in una sua recensione del 1964 ad una rassegna d’avanguardia dell’epoca: “Pretendere aderenza a moduli formali che i musicisti evidentemente respingono, è altrettanto sciocco che accusare un pittore informale di non rappresentare la realtà“.

Due casi esemplari di questa sorta di mistificatorio e ottuso  “gioco al massacro” che purtroppo ha lasciato strascichi rilevabili anche nella critica odierna, sono stati Paul Desmond e Dave Brubeck, a mio avviso due giganti del jazz bistrattati proprio per le suddette ragioni. Il primo, grande soprattutto come improvvisatore, il secondo come compositore e leader. Essi in realtà costituiscono piuttosto un rilevante pezzo di storia della musica americana, al di là del jazz, e non solo ragionando in termini del celeberrimo e longevo Dave Brubeck Quartet.

Se l’altosassofonista, californiano di nascita, ha fortunatamente goduto di una parziale revisione e rivalutazione critica negli ultimi decenni, molto meno si può dire riguardo a Brubeck, soprattutto circa il suo valore controverso di pianista jazz. Per decenni si sono infatti enfatizzati i presunti difetti del pianista a proposito di una sua carenza di swing rilevabile nei suoi assoli, spesso caratterizzati da un approccio “martellante” sulla tastiera che appesantiva l’ascolto del fruitore del jazz, abituato ad un approssimarsi allo strumento ritmicamente più sciolto e leggero. Se tali osservazioni, per quanto opinabili, avevano una loro ragion d’essere, esse tuttavia trascuravano bellamente altri aspetti significativi dello stile del pianista. Innazitutto, Brubeck è stato un leader carismatico e un uomo di vasta cultura e preparazione musicale, cosa che gli ha permesso di avere un approccio armonico e formale alla composizione e all’improvvisazione proibitivo per molti altri protagonisti della coeva scena jazz. Le sue doti di moderno compositore sono indiscutibili e basterebbe citare temi come In Your Own Sweet Way, The DukeStrange Meadow Lark, It’s a Raggy Waltz, Theme From “Mr. Broadway” tra i molti altri citabili per comprenderlo. Senza contare il suo lavoro pionieristico su metriche complesse e inusuali nel jazz (es. Blue Rondo a la Turk) e il suo contributo agli esperimenti di fine anni ’40-inizio ’50, con il suo Ottetto, nella cosiddetta stagione del Cool Jazz. Anche a livello pianistico (tra l’altro è rilevabile nel suo pianismo oltre alla vasta conoscenza di J.S. Bach e del Barocco, anche una originale influenza jazzistica relativa allo Stride Piano) e di interprete di noti standard e canzoni di Broadway, Brubeck si è rivelato strumentista molto più dotato e raffinato di quanto non si sia sempre raccontato, soprattutto per la sua grande sensibilità armonica messa sempre in campo. Basterebbe provare ad ascoltarsi alcune delle sue prestazioni in piano solo effettuate per la Telarc tra anni ’90 e inizio 2000, per comprenderlo (si ascoltino dischi come Just You Just MeA Dave Brubeck Christmas, o ancora One Alone).

Paul Desmond è senz’altro invece stata la ciliegina sulla torta del Dave Brubeck Quartet, soprattutto per le sue straordinarie doti di improvvisatore e stilista, in possesso di un raro senso della forma nella costruzione dell’assolo, un raffinato senso del blues e una proprietà nella gestione ritmica dello stesso a dir poco impressionante per un “bianco”, paragonabile, per quel che mi riguarda e senza esagerazione alcuna, a quella di improvvisatori afro-americani di livello supremo come Sonny Rollins o Joe Henderson, giusto per intenderci. Tra i contraltisti bianchi post-parkeriani, ma anche meno influenzati in assoluto da Bird, lui è decisamente il mio preferito, anche oltre il più lodato e storicamente “accettato” dalla critica Lee Konitz. Desmond è stato, a mio avviso, superiore improvvisatore per abilità ritmica e senso del blues rispetto a Konitz.

Se vogliamo dar seguito coerente alle parole, direi che è il caso ora di portare immediatamente un paio di esempi dell’arte dei due e della loro mesmerica intesa. Il primo è un omaggio soprattutto all’arte di Paul Desmond, in una versione da brividi di Koto Song tratta da Jazz impressions of Japan. E’ impressionante osservare la tecnica di emissione del suono di Desmond direi unica e inimitabile, che lo fa ai miei occhi uno dei contraltisti più importanti e originali della storia del jazz.

Il secondo è tratto da un disco in duo di livello straordinario, un autentico emozionante capolavoro prodotto a metà anni ’70 e intitolato semplicemente The Duets. Vi è contenuta una geniale versione di Stardust, talmente astratta da rendere pressoché irriconoscibile il tema. Pensare di mandare all’oblio musica di questo livello è più che altro da autentici stolti, ma in Italia è successo e forse, purtroppo, succede e succederà ancora.

Buon ascolto.

 

 

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