Alla riscoperta di Donny Hathaway

L’altra settimana ho parlato di quanto sia per me poco spiegabile l’attenzione che molti appassionati del jazz dedicano oggi a Gregory Porter, cantante afro-americano di ispirazione “soul” a mio parere di livello ordinario per quel genere di ambito, che invece ha saputo produrre voci di ben altro talento. Forse sarebbe il caso di ripassare un po’ le grandi figure maschili del canto nella cosiddetta “Black Music”, le quali sono emerse per lo più fuori dall’ambito ristretto del jazz (con l’eccezione dell’originalissimo canto di Louis Armstrong), ma che non per questo sono da considerare figure musicali minori, o men che meno inferiori a chicchessia, musicalmente, oltre che in termini esclusivi di canto.

Donny Edward Hathaway (Chicago, 1º ottobre 1945 – New York, 13 gennaio 1979) è stata una di queste figure, tra l’altro non solo grandissimo cantante ma anche ottimo compositore e influente pianista, specie a livello di uso delle tastiere.

Nato a Chicago, figlio di Drusella Huntley e nipote di Martha Pitts, cantante di gospel, Hathaway comincia a cantare nel coro gospel della chiesa con la nonna fin dall’età di tre anni. Si diploma alla Vashon High School nel 1963. In seguito ha la possibilità di studiare musica grazie ad una borsa di studio presso la Howard University di Washington, dove conosce Roberta Flack, con la quale instaurerà un forte sodalizio umano ed artistico durato fino alla sua morte. Abbandona la Howard University nel 1967, subito dopo aver ricevuto offerte di lavoro dal mondo della musica. Lavora a Chicago, inizialmente come produttore ed autore presso la Twinight Records, dove ha la possibilità di collaborare con artisti del calibro di Aretha Franklin, Jerry Butler, Curtis Mayfield, ma il suo debutto discografico avviene nel 1969, anno in cui firma un contratto con la Atco Records, di cui è esponente di spicco e produttore King Curtis. Con quella etichetta pubblica il suo primo singolo: The Ghetto, Pt. 1 contenuto in Everything Is Everything, brano, tra l’altro, fortemente influenzato dai ritmi latini. Il lancio del suo secondo album, Donny Hathaway, è datato al 1971; in esso è presente una cover di A Song for You, di Leon Russell, riproposta negli anni a venire da molti altri artisti, tra i quali Ray Charles, Aretha Franklin, Whitney Houston, Michael Bublè, Christina Aguilera e Amy Winehouse. Ma il successo di pubblico arriva solo l’anno successivo, in cui si avvale della collaborazione dell’amica e collega Roberta Flack, per incidere un album, intitolato Roberta Flack & Donny Hathaway, costituito principalmente da duetti e cover. Il successo proseguirà per gli album successivi, sino al  suo quarto ed ultimo album Extension of a Man. Sebbene la sua carriera conosca una fase d’ arresto dovuta a seri problemi di depressione e crisi nervose, compare ancora nelle classifiche internazionali nel 1978, quando incide con la Flack il duetto The Closer I Get to You. Il brano è considerato un classico del soul e diversi altri musicisti ne hanno eseguito una versione.

Il 13 gennaio 1979 l’artista viene purtroppo trovato morto sul marciapiede del New York’s Essex House Hotel, dove pernottava in una stanza al quindicesimo piano. La morte fu ben presto considerata suicidio, vista la sua precaria salute psicofisica.

Per mostrare i diversi aspetti di Hathaway, propongo oggi l’ascolto di tre brani. Nel primo si può apprezzare la sua fortissima influenza gospel, nel secondo interpreta For All we Know. In entrambi i casi si può notare come il George Benson cantante (altro grande) debba parecchio a Hathaway e il terzo è un esempio del suo modo di suonare il piano elettrico e le tastiere, modo che ha influenzato non poco, ad esempio, uno come Stevie Wonder. 

Buon inizio settimana con la musica di Donny Hathaway.

 

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