I creativi anni ’70 del jazz visti dall’Italia

Per chi come me ha iniziato ad interessarsi al jazz negli anni ’70 (per la precisione dall’autunno 1976) provenendo negli anni dell’adolescenza dal rock e dintorni più o meno sperimentali, quello è stato, visto con lo sguardo odierno, un periodo di grande divulgazione del jazz e forse del suo massimo di popolarità, ma anche un periodo di grandissime mistificazioni di stampo ideologico (elemento di cui era condito qualsiasi ambito culturale e non solo) applicate ad una forma musicale che sostanzialmente si conosceva poco, per lo più legata ad una fantasiosa aneddotica, arrivando così a travisarla in modo tale che, a mio parere, si continua bellamente ancora oggi a farlo.

Quello è stato un periodo per me di grandi scoperte musicali, forse anche sin troppo repentine, passando in un lampo da Charlie Parker ad Anthony Braxton, attraverso Eric Dolphy e John Coltrane in un modo che all’epoca mi ha entusiasmato, ma che in realtà non mi ha permesso di comprendere cose che poi, molti decenni dopo, ho potuto rivisitare e ponderare meglio.

Una di queste cose, forse la principale, è che in quegli anni si è voluto confinare e limitare il concetto di “creatività” e di “sperimentazione” nel jazz ad uno sparuto gruppo di musicisti, per lo più proveniente dalle cosiddette “avanguardie di Chicago” e comunque dall’ambito dei protagonisti della musica liberamente improvvisata (o dell’informale o del Free, che dir si voglia) prodotta dagli anni ’60 in poi, arrivando anche a sopravvalutarle in modo spesso pregiudiziale. In realtà, quel periodo a livello di creatività e di sperimentazioni è stato assai più ricco ed ampio di quanto non si è detto, coinvolgendo ambiti stilistici e grandi personaggi della musica improvvisata che hanno saputo dare un contributo non meno importante e saputo influenzare il jazz a venire nei decenni successivi in modo forse anche più vasto ed importante. Insomma, la faccio breve, i quegli anni non ci sono stati solo (e con tutto il rispetto) Anthony Braxton, Roscoe Mitchell, l’A.E.O.C e i musicisti dell’A.A.C.M, giusto per citare alcune delle icone ancora oggi più idolatrate (e non uso a caso questo termine, perché spesso di idolatria si tratta e non di seria critica musicale) e considerate per l’eternità (nei secoli dei secoli, amen) “l’avanguardia” per antonomasia, ma anche tanto di altro che all’epoca veniva per lo più trascurato se non proprio messo all’Indice, scambiando un sedicente approccio musicalmente aperto e “progressista” con uno assai più oscurantista e pregiudiziale di quanto volesse apparire, trasformando inconsapevolmente il jazz in una sorta di dottrina religiosa anziché una grande arte in musica ricchissima di tanti spunti e di tanti validi contributi.

Non mi spiego altrimenti come possa essere stata derubricata a semplice musica “facile”, o “commerciale”, o semplicemente “superata”, tutta una serie di proposte in cui la creatività e la sperimentazione hanno fatto la loro consistente comparsa. L’elenco delle figure che le hanno sapute produrre in quel decennio sarebbe lunghissimo, potrei citare solo a titolo di esempio il jazz elettrico di Miles Davis, la musica di luminosa bellezza del quintetto di Charles Mingus, o quella orchestrale visionaria di Don Ellis. E davvero non si possono considerare “sperimentazioni” anche le idee sviluppate da gruppi come Weather Report, il quartetto americano di Keith Jarrett, gli Head Hunters di Herbie Hancock e persino i tanto deplorati Return to Forever di Chick Corea, solo perché hanno goduto anche di un forte riscontro di pubblico? Per non parlare dell’avanzamento del cosiddetto “modern mainstream” prodotto dai vari Woody Shaw, Joe Henderson, Mc Coy Tyner, Stanley Cowell, Charles Tolliver, Billy Harper, e chi più ne ha più ne metta. E cosa ne facciamo di quei grandiosi sviluppi in ambito di trio pianistico e di lavoro sul song americano che ha saputo portare avanti Bill Evans in quegli anni? Quale quadro insomma si è descritto intorno al jazz in quei magnifici anni ’70? Era questo il modo corretto di operare culturalmente?

Ridurre, come è stato per lo più fatto in quegli anni, il concetto di “jazz creativo” e di “creatività” ad un ristretto manipolo di figure (per quanto importanti e rispettabili) legate alla musica improvvisata non è stato un semplice errore, ma una vera e propria arbitraria amputazione culturale e di pretenzioso indirizzamento del gusto e delle opinioni del pubblico del jazz, arrivando ad ottenere nei decenni successivi, non so quanto involontariamente, un progressivo distacco e disinteresse del pubblico potenziale dal jazz, depauperandolo in termini quantitativi e portando quello rimasto al semplice invecchiamento, non solo anagrafico.

Dopo tanto escludere e limitare con un “questo sì e questo no”, si è arrivati oggi al bel risultato di fare del jazz in Italia un argomento (peraltro molto confuso) esclusivo e di nicchia, e dopo tanto predicare di arte musicale e di creatività, a introdurre nei pochi sedicenti “festival del jazz” ormai rimasti, nemmeno più della tanto deprecata “musica commerciale”, ma della vera e propria scadente musica di consumo e pure quella poco aggiornata, giusto per riuscire a riempire in qualche modo spalti e posti a sedere di teatri sempre più vuoti per il jazz.

Complimenti vivissimi!

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