Geri Allen: nella grande tradizione al femminile del jazz

Non è mia abitudine scrivere un cosiddetto “coccodrillo” in occasione della scomparsa di un grande del jazz, come in questa occasione per Geri Allen, se non di rado e solo se ne sento l’urgente necessità. Se ne leggono, tra l’altro, già troppi in questi giorni, alcuni dei quali, devo dire, sarebbe meglio non fossero nemmeno scritti, per il superficiale pressapochismo che manifestano nella conoscenza sia dell’artista in questione, sia della materia jazz, più in generale. In certi casi è meglio lasciar parlare chi magari ha avuto la fortuna di conoscere bene la persona e il musicista e, in questo senso, ho molto apprezzato un sentito lungo scritto di Vijay Iyer letto sui social, che lascia intuire la profonda ammirazione e persino la sincera gratitudine verso chi è stato per decenni il proprio punto di riferimento artistico e musicale.

A volte è più rispettoso un bel silenzio, o, al più, è preferibile far parlare semplicemente la musica prodotta, che è sempre rivelatrice della vera essenza dell’artista autentico. Nel caso di Geri Allen ne è stata prodotta in carriera davvero di eccellente e in diversi contesti, sin dai suoi esordi con alcuni dei musicisti più innovativi in circolazione nei primi anni ’80 (tra cui quelli appartenenti al M-Base Collective, come Steve Coleman, Cassandra Wilson e altri), sino ai più recenti progetti più “mainstream” e, soprattutto, inclusivi in ambito improvvisato di tutta la grande tradizione musicale africano-americana, di cui lei era tra l’altro grande studiosa e divulgatrice. Un grande “teacher” insomma, oltre che una grande musicista e pianista, come peraltro meglio descritto dal citato Vijay Iyer.

Pensando a lei, l’immagine che mi sorge spontanea alla mente per descrivere sinteticamente il suo lavoro nella musica e per il jazz è quella di associarla per varie affinità alla figura di Mary Lou Williams, in una sorta di sua versione contemporanea, per intendere in qualche modo la continuazione del grande contributo al femminile che già aveva saputo dare al jazz e al pianoforte la grande  pianista e compositrice di Atlanta, mai abbastanza divulgata.

Per quel che mi riguarda, mi limito a ricordare la Allen vista dal vivo in concerto, precisamente in due circostanze: una recentissima, in occasione del Festival Jazz di Bergamo edizione 2016, nel quale si era esibita in un raffinato set in piano solo da me molto apprezzato (ma inspiegabilmente meno da altri settori della critica), basato sul suo eccellente Grand River Crossing (Motown & Motor City Inspirations), l’altra, più “antica”, ad un Festival di Clusone del 1990, in cui si esibì in trio assieme a Charlie Haden e Paul Motian, in un set che mi ha lasciato altrettanto ottimo ricordo.

Jazzisti come lei che hanno saputo essere innovativi mostrando sempre grande conoscenza e grande capacità di stare nella tradizione, sapendo allargarne coerentemente i confini, sono sempre stati tra i miei preferiti in ambito improvvisativo, perché così rappresentativi di quel caratteristico “continuum” proprio della grande tradizione musicale africano-americana, cui anche il jazz appartiene.  In questo senso andrebbe richiamata oltre alla figura della Williams, soprattutto quella di Ornette Coleman, certamente storicamente più prossima e musicalmente a lei più affine.

Spazio ora alla musica. Ho piazzato tre brani: il primo è una suggestiva versione di Silence eseguita in trio con i suoi “mentori” anni ’80, ossia Charlie Haden e Paul Motian, a mio ricordo del concerto di Clusone di cui ho accennato. Il secondo è una bella versione più recente di Soul Eyes di Mal Waldron, con Marcus Belgrave al flicorno. L’ultimo è tratto invece da un concerto in cui possiamo apprezzare un chiaro esempio della sua visione a tutto tondo della tradizione musicale afro-americana, e di cui ho appena accennato, in un brano dove oltre a comparire il blues a larghe manciate, emerge, tramite l’esibizione di un ballerino di tap-dance, l’aspetto “ballabile” di quella stessa tradizione. Un elemento che troppo spesso si trascura quando da noi si parla di jazz (e pensare che persino Duke Ellington, mica uno qualsiasi, nei suoi concerti sacri aveva previsto un ballerino di tap-dance. Chissà, forse ce ne siamo scordati).

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