I Won’t Dance…

Musica colta o popolare? Musica d’arte o commerciale? Musica d’ascolto o da ballo?

Quante volte mi è capitato di leggere scritti, o ascoltare discussioni, in cui compariva questo genere di dicotomie intorno al jazz e oggi, più che mai, mi rendo conto di quanto il dibattito sul jazz in questo paese sia stato viziato (e lo sia ancora) da una serie di incomprensioni, legate sostanzialmente al fatto di conoscere poco e male la cultura musicale americana (e forse più semplicemente la cultura americana tout court) nella quale il linguaggio del jazz si è formato, attuando il maldestro tentativo di applicare ad essa criteri di valutazione che sostanzialmente non gli appartenevano.

L’impressione che mi sono fatto nel tempo è che in realtà tutti parlano e dicono di apprezzare il jazz, ma, sotto sotto, disprezzano la cultura dalla quale è nato (lascio ad altri il compito di prendere sul serio risibili tesi su presunte fanfare siciliane dell’Ottocento che avrebbero “inventato il jazz” o lo avrebbero insegnato ai “neri” o cose simili. Per quel che mi riguarda, questo paese anziché andare avanti sembra regredire culturalmente senza ritegno a tutti i livelli facendo emergere una presunzione di sé priva di riscontri nel contesto internazionale nel quale stiamo vivendo e un congenito provincialismo ormai fuori controllo). Per cui si sprecano i tentativi di generare forzature culturali in materia, col fine recondito di creare delle separazioni nette tra la musica (il jazz) e la relativa cultura di provenienza (luogo compreso, ovviamente, ossia gli Stati Uniti, odiato obiettivo di un antiamericanismo a prescindere, ben radicato nel nostro paese, ma abbastanza stucchevole).

Occupandoci in particolare della dicotomia musica d’ascolto/da ballo, tanto per cominciare, occorrerebbe dire che tale separazione nel jazz e nella musica americana è sempre stata, come minimo, assai più sfumata di come da noi solitamente intesa. Peraltro, mi piacerebbe sapere cosa farne dei valzer di Strauss o delle musiche da danza che costellano la storia della musica classica, o colta europea, che dir si voglia.

Che faccio, giusto per dire, della Sagra della Primavera di Stravinskij pensata anche come balletto? Sarà musica d’ascolto o da ballo? Un bel dilemma…Peccato che sia totalmente questione inutile, perché stiamo parlando di un capolavoro sotto ogni punto di vista possibile. Il fatto è che musica e ballo nella musica americana (non solo nord-americana), jazz compreso, sono sempre stati intimamente connessi. A maggior ragione il discorso vale per le musiche di radice ritmica africana (charleston, lindy-hop, swing, rumba, mambo, salsa, samba, r&b, soul, funk, acid jazz, hip-hop, rap e chi più ne ha più ne metta). L’aspetto del movimento corporale associato alla musica coinvolge quasi tutta la musica del Novecento, jazz compreso. La narrazione spesso mistificatoria del jazz racconta che con l’avvento del be-bop il jazz è passato dall’essere musica da ballo a musica d’arte e di esclusivo ascolto. Ne siamo certi? Eppure basterebbe scorrere le dichiarazioni o i video dei concerti di tanti jazzisti del periodo, come Dizzy Gillespie, tanto per citare il caso più eclatante, per rendersi conto dell’importanza del ballo nel jazz. Persino Thelonious Monk osava ballare le sue composizioni e sosteneva che la musica se non era ballabile non valeva (o qualcosa del genere, vado a memoria). Insomma la musica si può benissimo ascoltare e ballare insieme, senza che quest’ultimo elemento sminuisca in alcun modo il valore musicale di ciò che si ascolta.

Lester Young, intervistato da Nat Hentoff per la rivista Down Beat nel 1956, ebbe a dire: “Mi auguro che il jazz venga suonato più spesso per ballare. Suonare per ballare mi diverte molto, anche a me piace ballare. Il ritmo dei ballerini ti torna indietro sul palco quando suoni“. Il richiamo di Pres era evidentemente alla storia del jazz, che nasce  come musica popolare e da ballo. Pare, ad esempio, che Louis Armstrong fosse un ballerino provetto, che amava far volteggiare le dame.

Il fatto è che la vera “rivoluzione” nella musica del Novecento (o semplice “novità” se non si vogliono usare eclatanti ma anche troppo abusati aggettivi) perlomeno quella portata dalla musica americana, si è verificata sotto l’aspetto ritmico, e questo è stato ed è ancora oggi l’elemento distintivo nel jazz rispetto ad altre musiche, sia in fase di improvvisazione, sia in quella di composizione.

Il ritmo è stata la chiave per la liberazione del corpo nel ballo moderno (non solo nel jazz, basti pensare anche solo al ruolo che ha giocato nel Rock, ben superiore al jazz, almeno in termini di coinvolgimento di grandi masse popolari) ed esso ha radice nei balli ancestrali dell’Africa Occidentale, assieme al contatto fisico sensuale, generando un rapporto reciprocamente funzionale tra musica e danza.

Basterebbe pensare in questo senso alla tap dance: ballare è come fare jazz attraverso il ritmo, il movimento e l’improvvisazione e questo ben lo sapeva Fred Astaire, che non solo è stato uno straordinario ballerino, ma sapeva anche suonare il pianoforte molto bene, come dimostra questo video che sto per mostrarvi e che ho rintracciato in rete.

Chi dunque arriccia il naso di fronte al ballo nel jazz, almeno per quel che mi riguarda, mostra di essere esattamente il contrario di ciò che vorrebbe apparire in ambito jazzistico, ossia un contro-rivoluzionario e un profondo reazionario della musica che forse pensa, con qualche secolo di ritardo rispetto alla Controriforma seguita al Concilio di Trento, che il ritmo e il jazz, siano “la musica del diavolo“.  Se così fosse, è dunque meglio iniziare una carriera tra i prelati che occuparsi di musica e jazz.

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