Un fuoriclasse dell’improvvisazione

Una strana sorte è toccata a diversi grandi contraltisti del jazz moderno emersi dopo Charlie Parker, ossia di essere stati giudicati, se non proprio dei veri e propri cloni, solo poco più che dei suoi discepoli, linguisticamente non in grado di aggiungere alcunché di innovativo dopo di lui. Una tesi che io, come per molti altri jazzofili alle prime armi non in grado di cogliere all’epoca certe differenze, sostanzialmente ho accettato passivamente per troppo tempo, ma che col passare degli anni ho imparato essere uno dei tanti “mistake”, o semplici pregiudizi superficiali, che inondano il jazz, per come è legato più ad una narrazione zeppa di aneddoti fantasiosi che ad una autentica analisi storico-musicale e ad una cognizione troppo approssimativa dell’evoluzione di certi processi linguistici.

Sicché improvvisatori di livello supremo come sono stati, Sonny Stitt, Sonny Criss, Cannonball Adderley, Art Pepper e Phil Woods (ad avercene oggi…), giusto per citare alcuni dei più importanti contraltisti dell’era post-parkeriana, hanno dovuto subire una ingiusta sorte critica, per come sono stati spesso liquidati come dei semplici “parkeriani”, come appena accennato. Sta di fatto che, col passare degli anni, più li ascoltavo e più mi rendevo conto della superficialità e approssimazione associate a certi giudizi. In realtà, ciascuno dei nomi citati ha saputo sviluppare, chi più chi meno, un proprio stile distintivo e saputo cogliere diversi aspetti delle innovazioni linguistiche ed espressive portate avanti dal loro capostipite. Peraltro occorrerebbe anche dire che ciascuno dei nomi fatti non ha nel proprio bagaglio di influenze solo la grande (ma anche ingombrante) figura di Parker. Certamente l’influenza di Bird a livello fraseologico è indiscutibile, ma in ciascuno di loro è rilevabile, specie sul piano timbrico ed espressivo, e al d là delle peculiarità di ciascuno,  anche l’influenza dei grandi contraltisti delle stagioni precedenti del jazz: da Benny Carter a Johnny Hodges e Willie Smith (per arrivare magari a citare, almeno a livello strumentale, anche figure più “leggere” come Jimmy Dorsey).

Detto per inciso, questo è il tipico problema che sorge quando si intende (come erroneamente spesso in passato si è inteso e a volte ancora si intende) la storia del jazz come una musica caratterizzata da sedicenti “rivoluzioni” portate avanti da singoli geni, considerati dei “messia” che sembrano venuti fuori dal nulla, quando invece andrebbe inteso come un linguaggio a contributo multiplo, caratterizzato da un “continuum” in cui elementi della propria tradizione emergono e riemergono costantemente anche nelle trasformazioni successive del linguaggio, senza la necessità di evidenziare ed enfatizzare traumi o fratture col proprio passato.

Tanto per fare un esempio chiarificatore: che ci trovate in comune tra la versione di Lover Man di Parker con questa di Cannonball Adderley? Vi sembra forse il prodotto di un clone? A me sembra parecchio diversa, prodotta da un grandissimo improvvisatore e non molto meno di valore musicale. Analogamente potrei fare degli esempi con gli altri nomi fatti.

Il caso di Sonny Stitt, da sempre considerato il più vicino a Parker e legato indissolubilmente alla etichetta di “vice Parker” (anche solo per vicinanza anagrafica oltre che linguistica) è altrettanto sintomatico. Credo davvero che la somiglianza del suo approccio allo strumento e all’improvvisazione a Parker gli abbia giocato un brutto tiro, negandogli invece un riconoscimento e una identità che avrebbe certo meritato maggiormente dalla critica (non certo dai colleghi dai quali invece era molto stimato, al di là del suo carattere a volte eccessivamente competitivo). Non a caso Stitt ha cercato di distinguersi trasponendo il suo stile al sax tenore, strumento sul quale oggettivamente ha fatto più da riferimento agli strumentisti delle generazioni successive senza essere marchiato a tempo indeterminato dal nome di Parker.

Sicuramente alla cosa ha contribuito anche il fatto che Stitt si è legato fedelmente per tutta la carriera al linguaggio del be-bop, senza particolari sviluppi (almeno a livello contraltistico) che negli altri contraltisti citati sono invece individuabili, ma, al di là di questo, sta di fatto che Stitt si è sempre rivelato un improvvisatore di classe straordinaria, producendo anche al contralto assolo di livello supremo e comunque distinguibili in una certa misura da Parker. Come avevo evidenziato in un saggio che avevo scritto un paio di anni fa per Musica Jazz (e che ho riportato su questo blog) in Stitt è mancato quell’aspetto “drammatico” e visionario che negli assoli di Bird è quasi sempre presente, ma sul piano della conoscenza armonica e strumentale e sul piano della fantasia melodica in improvvisazione, Stitt aveva ben poco da invidiare a Parker, mentre a livello di voce strumentale egli era in possesso di un suono persino migliore. Alcune sue improvvisazioni su ballad sono di livello eccelso, tanto per dire.

Ne dà una prova straordinaria in questa versione di If I Had You tratta da New York Jazz- Verve che sto per proporvi, in cui improvvisa a lungo con fantasia melodica irrefrenabile in grado a tratti di riscrivere il tema (nella migliore tradizione del jazz) e con una elasticità nella gestione del ritmo a dir poco impressionante. I raddoppi di tempo improvvisi alternati a lunghe linee melodiche di chiara scuola parkeriana sono qui portati alle estreme conseguenze con una sicurezza tecnica e di emissione del suono che è indice di una preparazione musicale e strumentale ai massimi livelli. Tra l’altro Stitt finisce il brano imbracciando il tenore al posto dell’iniziale contralto.

Se non erro, questo album in quartetto del 1956 (che consiglio caldamente a tutti) fu il primo di una lunga serie registrata per Verve sotto la supervisione di Norman Granz. Jimmy Jones lo accompagna al piano, mentre Ray Brown è al contrabbasso e Jo Jones è alla batteria.

Stitt qui mostra di avere molto da dire e di essere ai suoi massimi creativi e sono certo che Parker sarebbe stato orgoglioso di aver potuto lui stesso suonare in questo modo.

Ascoltare per credere.

 

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