A.C. Jobim: tra i grandi del Novecento

1965_wonderful-world-of-antonio-carlos-jobim_11Una delle “deformazioni” tipiche dei jazzofili è la tendenza a considerare nella musica importanti solo quelle figure che in qualche modo hanno interagito col jazz. Se da un lato è innegabile che il jazz abbia giocato un ruolo fondamentale nelle musica del Novecento è anche vero che altre culture musicali, solo contigue o parzialmente affini, ma sostanzialmente indipendenti dal jazz, abbiano avuto una importanza non inferiore ad esso. Una di queste è certamente rappresentata da quella, assai variegata e multiforme, brasiliana, che ha saputo tra l’altro estendere la propria influenza al percorso storico del jazz (ma anche ben oltre il jazz), arrivando a fondersi con esso ormai in modo quasi indistinguibile.

Tra i tanti autori che la musica brasiliana ha saputo far emergere, credo che Antônio Carlos Brasileiro de Almeida Jobim (Rio de Janeiro, 25 gennaio 1927 – New York, 8 dicembre 1994) sia stato tra i più importanti, se non il più importante.

Compositore, pianista e cantante, Jobim è stato uno degli inventori del genere bossa nova e uno dei massimi protagonisti della musica popolare brasiliana (paragonabile a Heitor Villa-Lobos nel campo della musica colta, per intenderci).

Il jazz, che si è sempre distinto per grande capacità nel fagocitare materiale compositivo di ogni possibile provenienza con fini legati all’improvvisazione, deve molto a Jobim, specie dagli anni ’60 in poi, poiché il suo book di composizioni è stato diffusamente assorbito da quasi tutti i grandi jazzisti da quel decennio in poi, con parziale esclusione per molti protagonisti del Free e delle avanguardie anni ’70, progressivamente più orientati verso concezioni affini alla musica contemporanea europea e relative avanguardie, ma non sempre e con alcune eccellenti eccezioni.

Sono innumerevoli le versioni jazz di tante grandi composizioni di A.C. Jobim (noto anche come Tom Jobim). Menzionando solo le più note, l’elenco è comunque discretamente lungo: Desafinado, Meditação, Samba de Uma Nota Só, Dindi, FotografiaInsensatezSó Danço Samba, Samba do AviãoGarota de Ipanema, Corcovado, Chega de Saudade, Waters of March, Agua de Beber, A Felicidade, So tinha de ser com voce, Amor em Paz (Once i Loved), O Grande Amor, Passarim, Falando de Amor, Wave, Triste, Vivo Sonhando, Retrato em Branco e Preto, Ligia, Luiza. Queste sono solo alcune delle grandi composizioni di Jobim entrate a far parte regolarmente del repertorio jazzistico affrontate da tanti grandi del jazz moderno. Da Dizzy Gillespie a Chet Baker da Oscar Peterson a Mc Coy Tyner, da Stan Getz a Joe Henderson da Wayne Shorter a Gary Burton, giusto per fare i primi nomi che mi vengono in mente.

Persino Keith Jarrett, che praticamente non ha mai avuto a che fare nella sua opera con la musica brasiliana, ha avuto modo di affermare che, a suo parere, la musica brasiliana abbia giocato un ruolo decisivo anche all’interno della musica americana.

Che in Italia più di un jazzofilo (o sedicente musicologo del jazz), consideri ancora oggi la musica brasiliana musica “facile” o poco più che “adatta per ballare” fa parte di un bagaglio culturale sostanzialmente fermo a concezioni eurocentriche abbondantemente superate, prima ancora che mal applicate, ma tant’è: problema che non ci riguarda.

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