Ricordando il Pat Metheny Group

Come avevo già avuto modo di scrivere in una recensione di qualche tempo fa, il tempo del successo mondiale e della popolarità ottenuti dal celeberrimo Pat Metheny Group (PMG) è già passato da un pezzo, per quanto durati a lungo (anni ’80 e ’90). Sarebbe perciò oggi possibile valutare quella musica con maggior distacco ed equilibrio critico di allora.

E’ innegabile che quel sound, considerato al tempo così originale e fresco, risulti oggi parecchio datato. Destino comune per molta musica di successo che ha saputo fissare così bene e in modo così netto un certo periodo storico e appassionare intere generazioni di fan, ma, in tutta onestà devo anche aggiungere che trovo altrettanto datate con l’orecchio di oggi diverse ardite esperienze musicali della cosiddetta “avanguardia” di quegli stessi anni (ma a partire dal decennio precedente al successo del PMG) di ascolto e apprezzamento quasi esclusivo di una  élite di fruitori sempre più invecchiata e ristretta, che ancora oggi insiste pregiudizialmente nel ritenerle “avanzate”, non si sa bene su quali basi.

Come si usa dire, occorrerebbe perciò evitare, in ogni caso, di “buttare il bambino con l’acqua sporca” e domandarsi se le ragioni di quel successo fossero dovute solo ad una moda, o vi fossero anche motivazioni musicali precise. Personalmente propendo più per la seconda ipotesi, poiché semplificare il discorso derubricando la musica di quel gruppo per essere stata solo di facile presa, sarebbe un banale errore di valutazione. In realtà, Metheny, con il contributo non secondario del fido Lyle Mays, ha al tempo saputo costruire un book di composizioni originali e non così semplici sul piano formale, sfruttando una vena melodica di rado riscontrabile nel jazz più recente. Se il sound di quel gruppo è “invecchiato” abbastanza rapidamente, non così si può dire di diverse composizioni che paiono reggere il tempo più che degnamente, semplicemente perché sono ben strutturate e musicalmente valide, al di là di ogni altra considerazione critica, mostrando un equilibrio tra parti scritte e improvvisate per certi versi persino sorprendente.

Per questo fine settimana propongo perciò alcuni esempi tramite dei “live” che ho potuto rintracciare di quel gruppo. Si tratta, in sequenza, di una versione di First Circle, tratta da un bel video uscito all’epoca in VTR (più o meno all’epoca dell’uscita di The Road To You), di Minuano (6/8) e, a seguire nello stesso video, di Third Wind.

Il primo brano è forse considerabile il capolavoro compositivo di quel gruppo per originalità, sofisticazione formale, coerenza nello sviluppo compositivo e uso di metriche complesse e inusuali, oltre a mostrare una commistione linguistica tra jazz, rock, folk americano, ritmi latini, world music poi non così banale. Tutte cose certo non comuni nella cosiddetta musica “commerciale” (come viene spesso derubricata semplicisticamente e con aria snob qualsiasi musica di successo da certi sedicenti “puristi” del jazz). E’ sostanzialmente un brano quasi totalmente scritto, caratterizzato dall’uso di un tempo come l’11/4 (che si può anche sentire come una battuta in 6/4 seguita da una in 5/4 alternate) e parte improvvisata (molto limitatamente) che, per ovvie ragioni, utilizza solo un tempo, ossia il 6/4. Analoghe considerazioni si possono fare per la seconda composizione (con sviluppo in sequenza di due temi), che ha anche goduto di più recenti versioni cantate (Kurt Elling) e con arrangiamenti orchestrali (Bob Mintzer ancora con Elling al canto, autore del testo vocale aggiunto). Infine, Third Wind (anche in questo caso si manifesta un approccio compositivo multitematico) mette in particolare evidenza la perfezione ritmica del gruppo, l’arrangiamento complessivo e in particolare le doti da eccelso improvvisatore del capelluto chitarrista del Missouri (dopo lo spettacolare break, in stop time).

Musica di facile ascolto? D’effetto? Patinata? Datata? Può darsi, e tutto quello che vi pare, ma l’invito è sempre quello di tenere le orecchie aperte e poi magari giudicare.

 

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Un pensiero su “Ricordando il Pat Metheny Group

  1. Lyle Mays ha contribuito in maniera essenziale alla costruzione di questa musica. Ne avevo discusso a suo tempo con Danny Gottlieb.

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