Lo stile elegante di Art Farmer

Probabilmente nessuno sa spiegare perché di Art Farmer si è sempre parlato poco rispetto al valore acclarato del musicista, poiché è stato uno dei trombettisti più personali e duttili del jazz moderno. Dal carattere temperato e dotato di una eleganza innata sia nel suonare che nel vestire e porsi al pubblico, di lui si potrebbe sinteticamente dire che è stato il trombettista dell’hard bop più “cool” e, viceversa, il più “hard” dei trombettisti cool, per quanto non sia propriamente inseribile in questa seconda categoria, se non per aver stazionato sulla West Coast, a Los Angeles, nei primi anni formativi a cavallo tra fine anni ’40 e inizio ’50 dopo essere cresciuto a Phoenix nello stato dell’Arizona. In quel periodo il giovane trombettista stava appunto frequentando la scena jazzistica californiana, suonando dapprima nelle band di Horace Henderson e Johnny Otis, accumulando esperienze con quelle di Benny Carter e Gerald Wilson e avendo modo poi, nel 1952, di registrare per conto di Wardell Gray con Hampton Hawes al piano la sua prima e forse più famosa composizione: Farmer’s Market.

I suoi riferimenti sullo strumento convergevano inevitabilmente verso le maggiori figure trombettistiche emerse dal be-bop, quali Dizzy Gillespie e Fats Navarro e, ancor più, Miles Davis e Kenny Dorham, più prossimi alla sua sobria sensibilità musicale, con l’intenzione di far comunque emergere un proprio stile riconoscibile.

La frequentazione temporanea della scena californiana non deve trarre in inganno, in quanto Farmer si rivelò presto tra i giovani musicisti neri dell’area newyorkese in grado di contribuire a modellare quel linguaggio hard-boppistico che dominerà la scena musicale nella seconda metà del decennio. Dalla fine del ‘52 sino a quasi tutto il ‘53, infatti, Farmer si viene a trovare inserito nell’orchestra di Lionel Hampton assieme ad altri talenti emergenti, come Clifford Brown, Gigi Gryce e Quincy Jones, in un periodo nel quale orchestre dal sound robusto e molto legato al blues come quella di Count Basie oltre a quella del vibrafonista, godevano di un non casuale rinnovato consenso. Per quanto i citati talenti avessero l’opportunità di suonare all’interno della big band anche composizioni fuori dal classico e un po’ troppo sfruttato book del loro leader, essi non sentivano abbastanza gratificato il loro impellente impulso creativo. Già ai primi di luglio di quell’anno Farmer, avvalendosi del contributo polivalente messo a frutto da Quincy Jones in orchestra (compositore, arrangiatore nonché trombettista e pianista), ebbe l’occasione di incidere da leader per la Prestige, con la supervisione di Ira Gitler, in un settetto quattro tracce su composizioni sue e di Quincy Jones, oltre a una a nome di Gigi Gryce.

Al termine del tour concertistico estivo della band di Hampton, tutte le giovani promesse citate lasciarono l’orchestra per mettersi in proprio e portare un fuoco nuovo nelle band attive nei locali e negli studi d’incisione di New York. Farmer in particolare formò proprio allora un quintetto con il contraltista Gigi Gryce che risulterà tra i protagonisti della svolta hard-bop del periodo. Da lì partì una luminosa carriera del trombettista che nei decenni ha saputo dare la sua impronta in diverse occasioni, registrando anche una gran quantità di dischi (alcuni davvero eccezionali) che documentano i vari stadi del suo percorso musicale, molto variegato, per quanto egli sia rimasto sostanzialmente fedele per tutta la carriera alla via più ortodossa del cosiddetto “mainstream” jazzistico, tenendosi sempre piuttosto distante dalle istanze “free” anni ’60 e ’70. Una scelta dettata non da motivazioni ideologiche, ma evidentemente legata alla sua precisa estetica musicale di base. Il che ne ha fatto, non un “reazionario-tradizionalista”, come sbrigativamente oggi si tende spesso a classificare chi non abbia voluto abbracciare certe istanze ritenute (spesso aprioristicamente e per l’eternità) “avanzate”, ma un artista coerente con se stesso, onesto e soprattutto sincero.

Da non trascurare anche il suo decisivo contributo (insieme almeno a quello di Clark Terry e Miles Davis) all’utilizzo del flicorno nel jazz moderno in alternativa alla più squillante tromba, strumento il cui timbro ben si adattava alla sua espressione musicale sobria e temperata.

La sua discografia mostra in effetti un musicista più creativo e dinamico di quanto non possa apparire in prima istanza. Al di là del decisivo contributo alla formazione dell’hard-bop appena descritto, arrivato forse al punto più alto nel Jazztet in compagnia dell’amico Benny Golson, Farmer ha saputo dare il suo contributo in diverse altre significative esperienze, mostrando molta attenzione e curiosità verso nuovo materiale compositivo da utilizzare nelle sue improvvisazioni: dall’ambito di fusione tra jazz e musiche latine (la Aztec Suite incisa con Chico O’Farrill ne è stato un esempio), al  pianoless quartet con Gerry Mulligan in sostituzione di Chet Baker; negli splendidi dischi Atlantic incisi con Jim Hall (basti ricordare il capolavoro del 1965 Sing Me Softly of the Bluescontenente materiale compositivo fresco dell’epoca, come un paio di innovative composizioni di Carla Bley), proseguendo nei decenni successivi, quasi sino alla morte (1999), in costante presenza nelle sale d’incisione, con una serie di registrazioni (forse persino eccessiva), e titoli per varie etichette discografiche, comunque sempre in grado di far emergere il proprio stile trombettistico elegante ed inconfondibile.

Ne propongo qui un esempio in questa versione “live” di Sometime Ago registrata nel 1964 proprio con la splendida formazione del periodo che incise diversi gioielli per la Atlantic.

Buon ascolto.

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