George Benson “prepara” Lately

Album.Guitar.Man.CoverQuando si parla di un musicista “commerciale” proveniente dal jazz, solitamente con quell’aggettivo si sottintende un implicito significato negativo, cioè un musicista che ha buttato via il proprio talento (ammesso che ve ne sia) con lo scopo esclusivo di arricchirsi con la musica. Cosa evidentemente moralmente censurabile, non si sa bene secondo quali criteri etici, magari stabiliti da chi allo stesso tempo si occupa di musica (“d’arte”(?)) a parole senza un minimo di talento per essa e si arricchisce a sua volta, proponendosi magari come direttore artistico dei festival o come influente agente procacciatore di concerti dei propri assistiti. Insomma, la tipica e ben nota doppia morale all’italiana, che, nel caso specifico, impedirebbe al “vero artista” (?) sulla scena di guadagnare con il suo lavoro, mentre potrebbe tranquillamente farlo – guarda un po’ – chi gli sta attorno. Questa sorta di pauperismo spicciolo applicato alla musica e sulla pelle altrui è stata, a mio avviso,  una (ma non l’unica) delle peggiori disgrazie per un’ampia e corretta divulgazione del jazz (e musiche limitrofe) nel nostro paese. Cosa che, nei decenni, ha contribuito non poco al progressivo distacco di un pubblico potenzialmente interessato a questa meravigliosa espressione musicale, rendendola fruibile solo ad una non meglio specificata élite di sedicenti intenditori. Risultato di tutta questa campagna denigratoria per chi osa fare dell’arte musicale una professione remunerativa, è che oggi gli stessi “moralisti della musica” e difensori della “vera arte” si propongono come organizzatori di cartelloni festivalieri in cui la cosiddetta musica “commerciale” (e della peggiore fatta, tra l’altro) abbonda, giusto per riuscire a vedere un pubblico numeroso riempire spalti e sedie e non bruciare le propria di professione remunerativa. Un’evidente contraddizione, al minimo e per essere pacati nella polemica.

In realtà il termine ha spesso un utilizzo abbastanza ambiguo, se non del tutto improprio, e spesso confuso come sinonimo di musica “facile”, “popolare”, il che è un evidente errore. Forse più correttamente e per distinguere, bisognerebbe parlare in certi casi di “musica di consumo”, perché tanta musica popolare (ma in fondo anche il jazz per lungo tempo lo è stata) definita come “commerciale” non è per niente banale e tanti musicisti di grandissimo talento che la producono, o l’hanno prodotta, hanno una loro indiscutibile valenza musicale ed artistica, al di là del riscontro economico e del business discografico associabile.

Un caso concreto di questo genere tra i moltissimi che si potrebbero fare è quello di George Benson, chitarrista e musicista di grandissimo talento, dallo stile inconfondibile, tra l’altro di marcata influenza sulle generazioni successive di chitarristi, (basterebbe chiedere a un qualsiasi chitarrista nostrano) e che a sua volta è stato influenzato da grandi chitarristi del passato, come Wes Montgomery. Certo ha avuto un grandissimo successo negli anni ’70 e ’80, anche come cantante, e la cosa non gli è stata perdonata, come per molti altri, dalla critica specializzata, relegandolo ad un sostanziale oblio critico.

Ora, non è che con questo discorso voglio dire che qualsiasi sua opera prodotta con lo scopo, tra l’altro, di produrre business sia valida, tutt’altro. Molti suoi lavori discografici sono proprio brutti, indipendentemente da altri discorsi, quel che non reggo è il pensare che un musicista di talento del genere, possa perdere tale requisito solo perché si mette a fare “musica commerciale”. Questo tipo di discorso, a volte implicito, altre volte assolutamente esplicitato, mi è capitato di leggerlo spesso tra le righe nei testi e negli articoli dedicati al jazz e per una molteplicità di musicisti anche di primissimo livello. Quante volte mi è capitato di leggere pesanti stroncature sui certi lavori di Herbie Hancock, o Chick Corea, solo ad esempio, in cui addirittura si paventava l’impossibilità per tali musicisti di poter tornare a certi livelli e di essere letteralmente “persi per il jazz”. Inutile dire che la storia successiva ha dimostrato il contrario, semplicemente perché il talento quando lo possiedi non è possibile perderlo.

Nonostante le molteplici confutazioni sul campo, in questo paese si è costantemente proseguito con un certo tipo di atteggiamento critico, mostrando totale incapacità di correggere le proprie idee precostituite, ovvero, la propria”ideologia” applicata (malissimo) alla musica. Il che succede quando inconsciamente si parte dal presupposto che l’idea (la propria) abbia sempre prevalenza sul fatto reale e si ricerchino nella realtà solo quegli elementi che confermino la propria idea, escludendone altri. Tutto questo tendo a definirlo “approccio egoico” (o egocentrico), alla musica, in cui cioè si fa prevalere nella fruizione il proprio ego sulla musica stessa. Esattamente il modo più errato possibile di approcciarsi alla musica e di poterne apprezzarne l’arte, ma molto diffuso. Banalmente: “La musica bella è quella che piace”, ossia, si sta sottintendendo, che è bello ciò che assomiglia a se stessi. Ci avete fatto caso?

Un approccio assolutamente statico e passivo alla musica, che nega automaticamente la possibilità di stimolo al “nuovo” e di “crescita” con essa, cosa che  invece dovrebbe essere lo scopo essenziale, non solo della musica, ma dell’arte intera.

Ovviamente una cosa del genere, magari per altri versi, riguarda tutti, sottoscritto compreso, e occorre sempre esserne consapevoli.

Detto ciò, passiamo a cose più serie e ad ammirare come il talento di George Benson, in questo caso, si esplichi chiaramente nella preparazione e nella esecuzione di un noto e bellissimo tema composto da quel gran genio di Stevie Wonder . Ebbene sì, grande artista e musicista di talento indiscutibile che ha sempre fatto “musica popolare” e con essa si è pure arricchito. A qualcuno dà fastidio? Problema solo suo. Si tratta di Lately che vi propongo prima in versione “cartone preparatorio” in studio e poi nella versione concertistica. Al piano evidenzio la presenza di Joe Sample, il leader dei celebri Jazz Crusaders, da non molto  scomparso.

Buon ascolto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...