Bud Shank: un grande sottostimato strumentista

Si sa che il centro musicale del jazz (e non solo del jazz) negli Stati Uniti è sempre stato New York, a parte forse agli inizi, certo non Chicago e men che meno Los Angeles e la California. Eppure, la cosiddetta West Coast ha prodotto una infinità di grandi jazzisti e strumentisti, oltre che uno stile, quello del cosiddetto West Coast Jazz che, almeno nella prima metà degli anni ’50 (ma anche oltre), è stato al centro dell’attenzione di critici e appassionati. Per quanto siano emersi in quell’area geografica anche grandi musicisti neri (basti citare nomi come Dexter Gordon, Gerald Wilson o Eric Dolphy), sostanzialmente si associa a quell’etichetta e a quel luogo una estetica musicale essenzialmente “bianca”, derivata dalle innovazioni portate dagli afro-americani emersi sulla East Coast, protagonisti nell’immediato dopoguerra del movimento Be-bop, ma nella quale veniva prestata particolare cura agli aspetti formali ed estetici legati al nuovo linguaggio jazzistico da poco introdotto. In questo senso, Charlie Parker e Dizzy Gillespie, con la loro tournée californiana e relative esibizioni al Billy’s Berg a cavallo tra fine 1945- inizio ’46 (e successivo “forzato” stazionamento dello stesso Parker in California) si sono rivelati fondamentali alla formazione di molti strumentisti che poi hanno contribuito alla generazione del suddetto stile e di una concezione musicale associabile ai territori affacciati sul Pacifico.

Le trasformazioni musicali dai tratti più “rivoluzionari” dei decenni successivi, con l’avvento dell’Hard-bop e, a maggior ragione, del Free Jazz, hanno presto fatto declinare e in qualche modo storicizzare quell’estetica musicale, derubricata dai più come una fase marginale, ormai superata dagli eventi, arrivando persino a minimizzarne il contributo, sino impropriamente a deplorarla (negli anni ’70), in modo tipicamente e sciaguratamente ideologico, come “musica reazionaria per borghesi” o altre facezie del genere. In tal modo si sono mandate all’oblio intere schiere di eccelsi strumentisti e di contributi musicali poi non così poco significativi, che certo non meritavano quel tipo di trattamento.

Clifford Everett “Bud” Shank, Jr. (27 Mag 1926 – 2 Aprile, 2009), grande contraltista e flautista della West Coast (pur essendo però nativo di Dayton, Ohio) è stato uno di quelli che hanno dovuto subire questo genere di ingiusto oblio, a fronte di una carriera e di un contributo all’improvvisazione e al jazz poi non così trascurabile. Egli è salito alla ribalta già nei primi anni ’50 come brillante componente della Stan Kenton‘s Innovations in Modern Music Orchestra e per tutto il decennio ha lavorato in varie piccole formazioni. E’ stato pure il primo jazzista in assoluto a introdurre in quegli anni i ritmi brasiliani nel jazz, primato documentato nei dischi Brilliance vol. 1 &2 registrati con il chitarrista Laurindo Almeida. Ha trascorso gli anni ’60 come richiestissimo musicista di studio a Hollywood, ma anche mostrando interesse per la commistione con la musica indiana in collaborazione con il celebre compositore e suonatore di sitar Ravi Shankar. Negli anni 1970 e 1980, si è esibito regolarmente con il Los Angeles Four, eccelsa formazione che ha contribuito a rendere popolare un jazz latino in forma di musica da camera, proposta al tempo regolarmente stroncata a prescindere dalla ideologizzata critica nostrana, specializzata in quel periodo a mandare inopinatamente al macero intere schiere di artisti e musicisti di primo livello che non rientravano in un certo “credo” estetico. Un danno culturale incalcolabile verso il jazz di cui si pagano ancora oggi le nefaste conseguenze. Una formazione quella dei quattro comprendente musicisti del calibro di Ray Brown, Shelly Manne e lo stesso Almeida, scusate se è poco, e la cui produzione discografica non risulta, anche con le orecchie di oggi, poi così peregrina.

Shank ha progressivamente abbandonato il flauto concentrandosi più sul sassofono contralto, ma ha anche registrato ottimi dischi col tenore e il baritono. Egli è diventato popolare anche per il suo solo col flauto nella canzone California Dreamin’  registrata dai The Mamas & the Papas nel 1965. Si è anche esibito con orchestre di diversa estrazione, come la Royal Philharmonic, la New American Orchestra, la big band di Gerald Wilson,  la Stan Kenton’s Neophonic Orchestra e persino quella di Duke Ellington. Nel 2005, ha fondato la Bud Shank Big Band a Los Angeles per celebrare il 40 ° anniversario della Neophonic Orchestra di Stan Kenton, continuando a produrre da leader diversi eccellenti dischi.

Un film documentario su Bud Shank, Bud Shank “Against the Tide” Portrait of a Jazz Legend, è stato prodotto e diretto da Graham Carter nel 2008. Ad oggi il film documentario è stato premiato con 4 premi cinematografici indipendenti tra cui un Aurora Awards Gold. Shank è morto il 2 aprile 2009, di un’embolia polmonare nella sua casa di Tucson, in Arizona, un giorno dopo il ritorno dal San Diego, in California, dove lui stava registrando un nuovo album.

Per riscoprire questo eccellente improvvisatore e strumentista, propongo tre brani che lo presentano in vesti diverse. Nella prima come grande contraltista e improvvisatore sulle armonie di Moonlight in Vermont, il secondo in un video alle prese con la prediletta musica brasiliana e nel terzo in una più recente interpretazione di Spring Is Here effettuata in compagnia di un altro grande misconosciuto pianista come Lou Levy, in cui il suo suono risulta più increspato che in passato, un po’ alla maniera di Phil Woods.

Buon ascolto.

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