La versione jazz principe di “Brazil”

Aquarela do Brasil (anche conosciuta semplicemente come Brazil, o Brasil) è una delle più popolari canzoni brasiliane di tutti i tempi, scritta nel 1939 da Ary Barroso, compositore dello stato di Minas Gerais. La canzone ricevette ironicamente questo nome perché composta in una notte del 1939 durante la quale un potente nubifragio impedì a Barroso di uscire di casa.

Prima di essere registrata, fu eseguita dal baritono Cândido Botelho nel musical Joujoux e balangandans, uno spettacolo di beneficenza patrocinato da Darcy Vargas, la moglie del Presidente Getúlio Vargas. La canzone fu originariamente registrata da Francisco Alves, con l’arrangiamento e accompagnamento di Radamés Gnattali e la sua orchestra, e pubblicata da Odeon Records nello stesso anno. È stata anche registrata da Aracy Cortes e, nonostante la popolarità della cantante, la canzone non ebbe successo, forse perché non adatta alla voce della stessa. Il successo arrivò solo quando venne inclusa nella colonna sonora del film Saludos Amigos, prodotto nel 1942 da Walt Disney. Da quel momento la canzone guadagnò il riconoscimento internazionale, divenendo la prima canzone brasiliana con più di un milione di esecuzioni alle radio statunitensi. Fu poi tradotta in inglese dal compositore Bob Russel per Frank Sinatra nel 1957. Da allora, è stata interpretata da cantanti provenienti da tutte le parti del mondo. Durante gli anni della dittatura (1964-1985), Elis Regina interpretò quella che forse è la versione più cupa, accompagnata da un coro che riproduceva i canti dei popoli indigeni del Brasile.

Vale la pena notare che prima della sua pubblicazione, il Dipartimento della Stampa della Propaganda (DIP) vietò il verso “terra do samba e do pandeiro” (“terra del samba e del tamburello”) perché ritenuto essere dispregiativo nei confronti del Brasile. Barroso dovette andar al DIP per convincere la censura a preservare il verso. Altra critica fatta alla canzone, all’epoca, riguardò il fatto che adottasse termini poco usuali nel quotidiano, per esempio inzoneiro, merencória e trigueiro, e che abusava del pleonasmo nei versi meu Brasil brasileiro (mio Brasile brasiliano) e coqueiro que dá coco (albero da cocco che dà il cocco). L’autore si difese affermando che queste espressioni erano effetti poetici indissolubili dalla composizione. Nella registrazione originale, Alves canta mulato risoneiro al posto di inzoneiro per non aver compreso la calligrafia illeggibile di Barroso.

Ovviamente anche il jazz, specie dal periodo di commistione con la musica brasiliana (ossia intorno ai primi anni ’60) ha cominciato a inserire questo brano nel book di canzoni frequentabili e su cui improvvisare. Ritengo che una delle migliori versioni jazz, se non la migliore in assoluto, sia stata quella particolarmente estesa di Gato Barbieri, registrata al festival di Montreux del 1971 e riportata sul disco El Pampero, uno dei suoi migliori. Barbieri in realtà prende spunto sin dall’inizio dell’esecuzione dalla parte centrale e più nota del tema, saltando a piè pari la parte iniziale normalmente affrontata.

La forza emotiva e l’originalità del suono, davvero inconfondibile, di Barbieri emergono in tutta la loro brillantezza, oltre a rimarcare la grande capacità rielaborativa nell’estendere il brano e adattarlo all’improvvisazione. Più passa il tempo e più penso che Barbieri sia oggi gravemente sottovalutato, o forse lo è sempre stato, a parte il periodo di celebrità dovuto alla moda di quegli anni ’70 delle musiche latine (non solo quelle brasiliane ma intendendo anche quelle argentine e soprattutto andine) legate anche alle battaglie politiche in corso nei diversi stati sudamericani sotto dittature di varia natura.

Purtroppo in Italia in troppi considerano ancora oggi i ritmi e le musiche latine quasi degli intrusi per il jazz, nel senso che vengono trattate con superficialità, per come sono considerate quasi delle “speziature esotiche”, o semplicemente delle musiche commerciali ad uso esclusivo di ballo e quindi si tendono a trascurare, il che è ben strano, visto che questo tipi di “contaminazione” è probabilmente la più fusa e diffusa con e nel linguaggio jazzistico, in modo ormai quasi indistinguibile.

Insomma anche in ambito di sedicenti “contaminazioni” si deve sempre porre qualche barriera settaria ingiustificata utilizzando un atteggiamento critico pesantemente manicheo (questo sì, quell’altro no…), lo stesso che poi viene rinfacciato a chi viene accusato di “conservatorismo” o “tradizionalismo jazzistico”. Insomma, come si suol dire: “Il bue che dà del cornuto all’asino”, ma tant’è, questo è quel che succede.

Propongo oltre alla bella versione che ho rintracciato in rete di Barbieri, anche quella originale nella sua interezza, cantata da Francisco Alves e di cui ho sopra accennato, anche solo per riferimento.

Barbieri si presentò a Montreux con fior di musicisti, come Bernard Purdie, un gigante della batteria solitamente sideman di Aretha Franklin, Lonnie Liston Smith al piano e Nana Vasconsellos alle percussioni.

Buon ascolto

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