Uno splendido assolo di “Big T”

Uno dei rischi più grossi che si corrono oggi col jazz seguendo certe strampalate teorie sedicenti “progressiste”, che tendono ad annichilire il passato musicale e che vengono portate avanti in modo del tutto arbitrario in questo paese da autentici reazionari a tutto tondo camuffati da portatori di istanze avanzate, è quello di buttare a mare una montagna di musica prodotta da grandi musicisti che vengono oggi vergognosamente dimenticati solo perché facenti parte di una musica “tradizionale”, troppo sempliciotta e “commerciale”, ormai superata.

Risultato: in nome di un non meglio specificato “progresso musicale” ci vengono proposti sempre più di frequente concerti di supposta “avanguardia” (peraltro spesso la stessa da cinquant’anni ma inspiegabilmente ormai più longeva delle sequoie del Nord America) tendenti alla noia mortale, se non alla mediocrità vera e propria, favorendo la costante e progressiva moria di pubblico del jazz da teatri e sale da concerto. Evidentemente un modo come un altro per sentirsi con l’avanzare dell’età sempre all’avanguardia, anche con i livelli di colesterolo in progressivo aumento e incombenti accenni di artrite e di arteriosclerosi alle porte.

Come provvedimento riparatore a tutto questo, e adducendo all’uopo ancor più strampalate teorie “contaminative” del tutto artificiose, si è pensato bene negli ultimi anni di infarcire i cartelloni dei festival del jazz con proposte completamente fuori contesto. Naturalmente la responsabilità di tutto questo è sempre del “popolo bue” che rifiuta di acculturarsi e al quale occorre dare in pasto un po’ di “musica commerciale” (?), o qualche celebrità di cartapesta della musica di consumo, o del tempo che fu. Gli operatori culturali che redigono certi cartelloni delle manifestazioni non ritengono ovviamente di doversi interrogare sulle modalità del proprio operato e sulla qualità delle proposte, evitando così di assumersi alcuna responsabilità al riguardo. L’eventuale demerito è sempre problema altrui.

Sicché musicisti di grandissimo valore del passato jazzistico come Jack Teagarden non meritano più nemmeno l’ombra del ricordo tra la maggioranza dei jazzofili (si fa per dire) odierni, poiché il jazz e i suoi “seguaci” devono sempre “guardare avanti”. Come a dire, che nella musica cosiddetta “colta” non si debba oggi più studiare e ascoltare Mozart o Bach, o, cambiando ambito, che un fisico non debba tener conto del pensiero di Newton dopo l’arrivo di Einstein, il che farebbe sorridere di compassione, non dico qualche studioso dei diversi settori, ma qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso, ma col jazz succede questo e altro ancora.

Teagarden è stato uno strumentista superlativo, come ben sanno i seri trombonisti di tutto il mondo e gli appassionati più avveduti, oltre che un ottimo cantante, che forse per alcuni ha avuto il torto di agire in un contesto di intreccio tra arte musicale e entertainment. Occorre mettersi il cuore in pace, perché quel tipo di intreccio c’è sempre stato ed è proprio della cultura americana e per certi versi è stato pure la sua forza. Se non si è in grado di accettarlo significa semplicemente rifiutare tale cultura e quindi implicitamente anche il jazz, che proprio da tale contesto si è formato. Desiderare che il jazz assuma sembianze diverse da quelle che ha sempre avuto è più che altro una forzatura intellettuale, una pretesa che esso assuma caratteristiche a propria immagine e somiglianza, il che farebbe sorridere se non fosse atteggiamento preso tremendamente sul serio nel nostro paese.

Ne dà qui prova il grande trombonista, producendo uno splendido assolo su Lover articolato sul piano fraseologico e linguisticamente sofisticato per i tempi, molto più di quanto ci si potrebbe aspettare in prima istanza. Ho riportato anche una trascrizione per apprezzare meglio la qualità musicale dell’assolo, però fatta su diversa registrazione, peraltro anche migliore sul piano della mera resa fonica.

Non riusciranno mai a farci dimenticare questo genere di cose che hanno fatto grande il jazz e che, come per tutta la vera arte, rimane musica senza tempo.

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