Shelly Manne & Coleman Hawkins all’avanguardia

Quando si parla di grandi batteristi nel jazz di regola si pensa sempre a batteristi afro-americani, indicando nomi come Max Roach, Kenny Clarke, Art Blakey, Elvin Jones, Philly Joe Jones, Roy Haynes, Joe Chambers, Billy Higgins, Tony Williams, Jack DeJohnette, Bernard Purdie etc.etc., molto più raramente capita di citare batteristi bianchi di analogo livello.

Che gli afro-americani abbiano una radicata tradizione culturale e un forte predominio legati al ritmo (non solo nel jazz) non è un banale pregiudizio, o un tipico stereotipo da jazzofili attempati, ma è fatto che gode di adeguati riscontri. Il che non significa che non vi siano stati grandi e significativi batteristi bianchi, anche se, almeno in termini quantitativi, il confronto è quasi improponibile. Tuttavia, almeno due nomi si possono fare: quelli di Buddy Rich e Shelly Manne, dotati tra l’altro di un proprio stile pressoché inconfondibile. Recentemente sono venuto a sapere informalmente che Max Roach stimasse molto i due, arrivando sorprendentemente a indicare, a precisa domanda rivoltagli, Rich come un batterista inarrivabile anche per lui per certe cose legate alla tecnica batteristica.

Manne rispetto a Rich è stato certamente un batterista più raffinato, per certi versi in grado di far “suonare” a modo suo lo strumento come riuscì sempre a fare anche lo stesso Roach, rendendo il loro stile quasi “melodico” e inconfondibile. Manne in particolare era un maestro nell’uso delle spazzole, ma era anche, un po’ come Roach, un autentico leader dei propri gruppi, oltre che uno sperimentatore non così trascurabile come a volte superficialmente si tende a credere con i protagonisti del cosiddetto West Coast Jazz anni ’50-’60.

Tra le tante cose che si potrebbero indicare, c’è nella discografia di Manne un disco che in questo senso è particolarmente significativo. Si tratta di 2-3-4 (Impulse!), registrato nel 1962 utilizzando diverse formazioni, in duo, trio e quartetto, come appunto indicato numericamente nel titolo. L’ aspetto piu’ interessante e piacevole di quell’album e’ dato dai brani in cui Manne duetta con Coleman Hawkins, il capostipite del sax tenore e genio sempre in grado di adattarsi ai rapidi mutamenti linguistici del jazz e di riuscire a dire sempre la sua, con il quale il batterista californiano di adozione (ma nativo di New York) aveva già avuto modo di esibirsi da giovanissimo.

I due ne danno prova in particolare nel brano Me and Some Drums che sto per proporvi, un duetto nel quale Hawk suona inizialmente anche il pianoforte e, come in altre occasioni nella sua lunga carriera, dimostra tutta la sua forza creativa, ancora perfettamente intatta in quegli anni ’60.

Buon ascolto.

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