Alle prese con B., B. & B.

Devo segnarmi questo 23 maggio, perché mi sono accorto casualmente che oggi propongo un pezzo sull’argomento che sto per trattare su questo blog esattamente dopo un anno dall’averne già parlato, anche se in riferimento ad altro e ad altro musicista. Deve esserci qualche congiunzione astrale legata a Bewitched, Bothered & Bewildered, la bellissima canzone del leggendario duo di compositori americani Richard Rodgers & Lorenz Hart (ma di origini ebreo-tedesche) che ho abbreviato nel titolo facendo il verso alla maniera originale che utilizzò Ornette Coleman quando incise per l’Atlantic brani come W.R.U., T.&T., C.&D. e R.P.D.D..

L’ho fatto per dare scherzosamente un tocco di arditezza a una materia, quella dell’utilizzo del song per improvvisare, che in Italia, da tempo e in modo piuttosto discutibile, viene trattata con faciloneria e un “progressismo” musicale un tanto al chilo, come materia superata per il jazz e più in generale per l’improvvisazione.

Penso invece sempre più spesso e più vado avanti nell’ascolto di tal genere di musica, che per fare delle ottime improvvisazioni, occorra, oltre che un grande improvvisatore a produrle, dell’ottimo materiale compositivo sul quale basarsi. Quasi tutti i grandi capolavori improvvisati della storia del jazz evidenziano tale requisito. Noto invece una certa sopravvalutazione odierna pregiudiziale e anche una certa ambigua interpretazione del concetto di “libera improvvisazione” che, a ben vedere, anche chi l’ha originata (leggasi ancora una volta Ornette Coleman) ben raramente l’ha applicata in senso letterale, basandosi quasi sempre sull’eccellenza del materiale compositivo, sia di sua proprietà che di quella altrui. Lo stesso Keith Jarrett, per altri versi e giusto per fare un altro esempio, nel suo piano solo improvvisato quasi sempre partiva da qualche melodia o tema già pensato in precedenza per poi trovarne altri durante lo scorrere del suo “flusso musicale totalmente improvvisato”, quando era in vena, ma anche producendo dei bei “buchi nell’acqua” quando non ne aveva, e chi possiede un po’ di bootleg dei concerti fiume del pianista di Allentown sa di cosa parlo.

Tanto per essere chiari: escludere dal jazz l’utilizzo del song significa negare una buona fetta della sua produzione e della sua storia, oltre a negare una buona fetta di cultura musicale americana. Se non si è in grado di accettarlo si farebbe prima ad ammettere a se stessi, prima che ad altri, che tale cultura non piace, chiudendosi nel proprio reiterato e mal celato “antiamericanismo” a prescindere, che francamente ha abbastanza stancato in questo paese, e fine dei discorsi. Magari pensare di più e in modo più efficace ai nostri di problemi o manchevolezze culturali (e non) e smetterla di fare i maestrini ad altri paesi, quando le statistiche dimostrano sempre più che siamo tra i paesi derelitti sotto vari profili (compreso quello culturale) del mondo occidentale, sarebbe cosa più utile a tutti noi.

Tornando al tema principale e troncando le mie quasi inevitabili divagazioni polemiche, oggi propongo la canzone in diverse versioni, partendo da quella originale arrivando ad alcuni eccellenti esempi di rielaborazioni jazzistiche. Questa è una procedura (ma oserei dire un vero e proprio studio) che raramente ho riscontrato fare dagli appassionati del jazz, ma che consiglio vivamente, perché permette di comprendere a fondo quel lavoro di riscrittura e ricomposizione che tutti i grandi jazzisti hanno saputo produrre con il materiale compositivo di provenienza la più disparata possibile e così bellamente fagocitato. Proprio in questo, a mio avviso, il jazz ha sempre saputo mostrare la sua forza e la sua arte, rendendolo un linguaggio musicale così peculiare e innovativo. Credo inoltre che non si possa comprendere davvero una improvvisazione senza conoscere bene la composizione sulla quale si opera, e ciò non vale solo per il musicista, per il quale tale prassi diventa assolutamente indispensabile, ma anche per il fruitore, pur nei differenti limiti.

Come è noto a molti, il tema è parte della rivista musicale Pal Joey ed è  stato introdotto da Vivienne Segal il 25 dicembre 1940 in quella produzione di Broadway, godendo di diverse successive importanti versioni jazzistiche. Il brano è diventato in realtà celebre nella versione cantata da Doris Day, voce da noi poco frequentata e apprezzata (se non occasionalmente ascoltata dagli appassionati di cinema hollywoodiano), ma molto amata dagli americani.

Infine, due belle versioni jazz: una di Andrè Previn registrata negli anni ’50 e una più recente e linguisticamente moderna, di Brad Mehldau.

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